L’angelo azzurro | Joseph von Sternberg (1930)

Immagine correlataCome rappresentare il declino di una nazione? Di un Paese che di lì a pochi anni avrebbe conosciuto il male assoluto? Quasi come a voler presagire la caduta morale di un popolo e di uno stato smarrito, c’è la trasmigrazione dell’anima collettiva nel vissuto individuale: il professor Emanuele Unrat altri non è che l’espressione singola del sentimento generale.

Certo, non bisogna assolutamente sottovalutare l’aspetto melodrammaticamente disperato del film, ma il risvolto politico, per quanto sottile, è affascinante. È anche questo ed anche molte atre cose, ed è soprattutto il film che ha consacrato Marlene. L’angelo azzurro è il nome del locale in cui si esibisce, ma metafisicamente è lei. Il titolo esplicita il personaggio, pur non essendolo. Marlene è un angelo, non tanto perché buona e cara, quanto proprio per la sua eterea fisicità, per quel modus vivendi fuori dal comune, dall’ordinario del quotidiano, al di sopra delle beghe dei mortali.

Con la sua Lola, la Dietrich entra nei territori dell’immortalità, si erge ad elemento di desiderio pericoloso e turgido. L’angelo azzurro è la storia di una passione che collima con una ossessione. Per Marlene. È lei l’oggetto dell’ossessione. La vittima che cade nella sua trappola persuasiva è, appunto, Unrat, che azzera se stesso in nome dell’inseguimento di un sogno.

L’utopia di un’esistenza accanto ad una donna al di là del comune lo esalta, lo fa rendere importante agli occhi di un mondo che fino a quel momento l’ha ignorato. Ma, essendo un’ossessione, l’epilogo non può che essere lentamente decadente, terribilmente drammatico. Truccato da clown perché la compagnia di Lola tira le cinghia, messo di fronte a spettatori che fino a pochi mesi prima erano suoi concittadini, Unrat viene umiliato, offeso, deriso.

È una scena struggente, pateticamente tragica: l’urlo scoraggiato e dolente del professore non si può dimenticare, è la manifestazione esplosiva e crepuscolare del triste viale del tramonto di un uomo fondamentalmente solo e sconfitto, ingannato dall’illusione della bellezza e dell’immaginazione che si fa corpo.

E poi, tornando al valore metaforico del personaggio di Unrat, il suo gridolino di fronte al pubblico esplicita la condizione vitale di un certo ceto intellettuale, imbelle in balia del cambiamento devastante, impaurito dei mutamenti politici e culturali, perso nei suoi labirinti esistenziali (grandioso Emil Jannings).

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Il finale è la sconfitta, inevitabile – ma ciò non significa che Marlene è la raffigurazione anticipata del regime, anzi, tutt’altro: non può esserlo perché è al di là di esso, è un personaggio che arriva, crea scompiglio, e se ne va, non impone la sua presenza per sempre (o con questo proposito, almeno), ammaglia perché fa di necessità (i soldi, non il benessere economico, che è lontano) virtù (il fascino). L’angelo azzurro è un film spartiacque e di frontiera, rapido e veloce nella sua messinscena catalizzante e impetuosa, senza speranza del maestro Josef Von Sternberg.

L’ANGELO AZZURRO (DER BLAUE ENGEL, Germania, 1930) di Josef von Sternberg, con Emil Janning, Marlene Dietrich, Kurt Gerron, Rosa Valetti, Hans Albers, Reinhold Bernt. Drammatico. ****

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