Lo scafandro e la farfalla | Recensione

LO SCAFANDRO E LA FARFALLA (LE SCAPHANDRE ET LE PAPILLON, Francia-U.S.A., 2007) di Julian Schnabel, con Mathieu Amalric, Emmanuelle Seigner, Marie-Josée Croze, Anne Consigny, Patrick Chesnais, Niels Arestrup, Max von Sydow. Biografico drammatico. ****

Si apre con una ripresa in soggettiva, una voce off maschile. La visuale che si presenta ai due occhi del protagonista è enigmatica, a tratti sfocata. Uno dei due occhi viene cucito onde evitare problemi irrisolvibili. Ma cosa è successo? Jean-Dominque Bauby, un brillante pezzo grosso della rivista di moda Elle, ha avuto un malore che l’ha portato in coma per tre settimane.

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Quando si risveglia si accorge che non può più comunicare e che solo la palpebra dell’occhio sinistro è in grado di muoversi in quel corpo pressoché esanime. Grazie all’aiuto di una caparbia logopedista e di una copista, riesce a realizzare il romanzo commissionatogli da una casa editrice.

Certo, il tema non può più essere quello originale (una versione femminile de Il conte di Montecristo), c’è una vicenda più urgente da raccontare (come poter far spiegare le ali alla farfalla racchiusa nel suo ingombrante scafandro) e la cosa più incredibile è soprattutto il metodo messo in atto per scriverlo. Dieci giorni dopo l’uscita di quel libro, Jean-Domenique muore per una banale polmonite, lasciando tre figli, un’ex moglie forse ancora innamorata, un’amante timorosa e un vecchio padre stanco e smemorato.

Julian Schnabel si misura per la terza volta col racconto cinematografico e ancora una volta espone la storia vera di un uomo che si ritrova in una situazione esistenziale al limite. Nonostante l’interesse inevitabile per il solo apparente esercizio di un puro estetismo, Schnabel gira un film imprevedibile. Alle prese con una storia più che delicata, spericolatamente sul filo dell’involontario patetico, la mano tenera ma decisa dell’autore accarezza le scene con rara sensibilità, donando alla sconvolgente narrazione un’impronta intimista e introspettiva.

La voce fuori campo, il più delle volte una scelta che illustra i limiti di una sceneggiatura, è perciò indispensabile per conferire il giusto tono, pervaso da un’autoironia che cerca di salvare ciò che salvabile non è più apparentemente. I commenti sarcastici, le battute beffarde del protagonista sono dunque funzionali alla buona riuscita dell’opera. E non dimentichiamoci che l’origine, il libro di Bauby, essendo scritto in prima persona, è una lucida analisi su se stessi che non si risparmia niente e che ricorda tutto con un occhio critico.

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L’occhio. Solo con un occhio riesce a comunicare, Jean-Do. Ed è proprio l’occhio, mosso da una parte all’altra con febbrile nervosismo, l’arma vincente che il mirabolante Mathieu Almalric sfodera per rendere memorabile il suo personaggio (e la sua prova). Le tinte annebbiate e allo stesso tempo nitide con cui Janusz Kaminski colora la fotografia estraggono il meglio della messinscena, regalando alle già straordinarie immagini un profilo ancora più velatamente onirico (i ghiacciai che si sciolgono, la barella con il profondissimo buco, l’incontro con la regina e tante altre).

Ma anche le luci dei passaggi, diciamo così, reali sono degne di nota, basti ricordare quelle soffuse della tosatura della barba da parte di Jean-Do al vecchio padre (di una dolcezza candida) e quelle vermiglie della capatina a Lourdes. Un film irresistibile ed anomalo, fantastico nella realizzazione visionaria, stupendo nel valore etico e sensibile. Se ne sente il bisogno, la cruda necessità di film del genere.

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