Away From Her – Lontano da lei | Recensione

AWAY FROM HER – LONTANO DA LEI (AWAY FROM HER, Canada, 2006) di Sarah Polley, con Julie Christie, Gordon Pinsent, Olympia Dukakis, Micheal Murphy, Kristen Thomson, Nina Dobrev. Mélo. ****

Sono sposati da quarantaquattro anni, Fiona e Grent, e si sono ritirati in una casa tra le nevi, che tanto si addice alla tranquillità felice della loro esistenza. Il loro amore indissolubile e robusto subisce una prova durissima: Fiona si accorge di essere affetta dal morbo di Alzheimer. Dopo parecchie titubanze, Grent accetta di ricoverarla in una clinica che, però, ha una condizione rigida: nei primi trenta giorni la paziente non dovrà avere alcun contatto con i propri cari.

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E quindi, un mese dopo, Grent ritrova una donna persa, smarrita nel suo male crudele, che ha dimenticato di essere, oltre che sposata, innamorata. E si è affezionata ad Aubrey, un uomo molto malato verso il quale Grent prova una sorta di gelosia. Quando la moglie di Aubrey decide di portarselo via, Fiona si dispera e si abbandona a se stessa.

Povero Grent, che non ha mai desiderato di stare lontano da lei e che ora deve patire le pene della solitudine e dell’amarezza. E quando Fiona deve salire al secondo piano delle clinica, quello in cui vengono ricoverati i casi gravissimi, le ultime speranze sembrano morire. Forse.

Com’è bella – e com’è straziante – questa toccante e delicata storia d’amore senza tempo, uno dei film sentimentali più importanti del primo decennio del 2000. Sofferto e sensibile, si avvale di una sceneggiatura praticamente perfetta (della stessa regista, Sarah Polley, giovane e talentata attrice esordiente dietro la mdp) che si ispira ad un libro di Alice Munro e gioca con grande raffinatezza ed efficacia su più registri, seguendo più strade grazie ad un intelligente uso di flashback.

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È anche un film aspramente terribile, perché racconta ciò che dell’amore è più duro da masticare: l’oblio e, quindi, il non ricordarsi la natura e la ragione del proprio sentimento. Appunto per questo, ma non solo, è un film che nella sua poeticità dosa con efficacia dolcezza e paura, soavità e sofferenza. Il tutto impreziosito da musiche commoventi e pizzicate, paesaggi maestosi, scene d’altri tempi. Il protagonista è, non banalmente, lui e il percorso che attraversa durante la malattia della moglie: Gordon Pinsent è magnifico nel ritratto di quest’uomo in crisi e, probabilmente, con un misterioso senso di colpa da espiare ed affetto da un profondo stato di inquietudine.

Ma chi rimane impressa nella memoria è soprattutto una incantevole, candida, eterea, sublime Julie Christie, che regala un’interpretazione indimenticabile e stupenda nei panni della sua smarrita, tenera, straziante Fiona. Qualcosa di più di un’interpretazione: è un saggio di recitazione.

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