C’era una volta in America | Sergio Leone (1984)

C’era una volta in America la parabola di ascesa e declino di due ragazzi della criminalità, prima inerziale e poi più pericolosa. C’era una volta in America David detto Noodles. C’era una volta in America l’amico imprevisto Max, conosciuto in una circostanza buffa (Noodles voleva fregarlo nel suo lavoro di fotografo). C’era una volta in America il romanzo epico di tutto ciò che è Vita.

È l’ultimo film di Sergio Leone. Più che una resa dei conti col suo cinema (sia quello suo, sia quello che amato nell’adolescenza), è un omaggio alla mitologia filmica, filtrato attraverso la beffarda e crudele naftalina della memoria. Non si entra subito nel fulcro centrale della storia.

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È divisa in tre tempi (oserei dire in tre atti, a mo’ di tragedia teatrale), sviluppata a salti temporali e lunghi flashback: prima nel 1922, quando Noodles e Max si conoscono e si iniziano alla malavita metropolitana; poi dieci anni dopo, durante il proibizionismo, allorché gli affari vanno a gonfie vele (anche se tutto non fila per il vero giusto…); e dunque trentacinque anni più tardi, nel 1968, in cui il vecchio e decadente Noodles viene richiamato da un misterioso senatore… Ma prima di questa scansione temporale, abbiamo un incipit nel quale si passano in rassegna varie sequenze apparentemente disordinate (alla fine tutto torna, irrimediabilmente). Ci sono sangue zampillante, stragi feroci, pistole fumanti, un uomo che si risveglia d’improvviso (attenti a quell’uomo…).

In questo western metropolitano dai toni profondi e crepuscolari, Leone caratterizza ognuno dei tre filoni con altrettante diverse caratteristiche. Quello giovanile è introdotto dallo stacco creato dallo sguardo dell’anziano Noodles nella fessura rettangolare del locale dell’amico Fat: ecco quindi che si materializza lo sguardo sveglio e puerile del giovane Noodles, intento a sbirciare la sorella di Fat, la quale rivestirà un ruolo importante per tutto il resto del film (e a cui il ragazzo esprimerà una sofferta dichiarazione d’amore malato). Paradossalmente, in un racconto così amaramente violento, c’è spazio perfino per una sorta di educazione sentimentale, espressa sia dal rapporto languido con Deborah (la sorella di Fat) e sia da quello carnale ed utilitaristico con la puttana per vocazione Peggy.

La prima parte può essere considerata quella più romantica e emotiva: a modo (molto) suo, Noodles è un personaggio romantico, certo più dell’amico Max. Il quale rappresenta nel binomio affettivo con Noodles l’anima più pratica e razionale. Tra i due si pianifica una specie di affinità elettiva di cui ben presto si capisce la natura: quella tra Max e Noodles è un’amicizia virile e difficile, perché ogni sentimento così forte è inevitabilmente destinato ad una conclusione inquieta. Non è un caso che il primo segmento si chiuda con una morte, per l’appunto quella di un piccolo compagno di criminalità: è il segno del destino, avrebbe dovuto far capire loro che la Morte sarà la loro irrinunciabile compagna d’avventura.

È una storia di morteC’era una volta in America, la morte come ineludibile destino. «Noi siamo il Destino» afferma spavaldo Max dieci anni dopo. Ecco quindi che ci catapultiamo nella seconda parte, quella centrale, attraverso lo stacco dal carcere alla tomba di Max, ormai morto (ma qui risiamo nel 1968 – è tutto un andirivieni tra passato e presente). Questo segmento è in un certo senso più scontato, perché contraddistinto da una raffinata tecnica di citazionismo che lo rende un affettuoso deja-vu del cinema di gangster dei tempi d’oro (specie degli anni trenta, raccontati nel flashback).

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Estremamente violenta, maggiormente cinica, ci sono tutte le peculiarità topiche del genere: la corruzione degli ambienti giudiziari, gli omicidi su commissione, le rapine “proibite”, gli affari con i pezzi grossi, i rapporti con le organizzazioni sindacali (sbaglio o c’è qualcosa che induce a ricordare ad Hoffa?). E c’è il sesso. Se Peggy (rieccola) simboleggia un sesso basato sull’utile, Deborah è la vittima (di Noodles) a causa del sesso.

La gratuita e spietata violenza in auto ne è la prova. Stona questa sequenza se fatta seguire a quella, più tenera, del ballo nel ristorantone vuoto. È un personaggio pieno di contraddizioni, questo Noodles. Al punto che, per salvare l’amico Max – oramai in preda al furore criminale –, lo assicura alla giustizia, denunciandolo. È come per dire che in una parabola tragica i valori puri rivestono un loro porco ruolo (però poi sono i meno nobili a trionfare…).

E quindi eccoci nella parte finale. Per chi scrive, il lungo e doloroso epilogo è il fulcro più interessante e decisivo del racconto. «Cosa ti tiene ancora qui?», chiede l’amico Fat a Noodles. «La curiosità». Ormai è un fantasma che non ha più niente da perdere. Risbuca dal fumo (del passato), sulle note di Yesterday dei Beatles (il Ieri visto dall’Oggi non è poi così entusiasmante). «Cosa hai fatto in tutti questi anni?». «Sono andato a letto presto?».

Ha perso la voglia di combattere, è privo di qualunque slancio, sputa amare sentenze («I vincenti si riconoscono alla partenza. Riconosci i vincenti e i brocchi. Chi avrebbe puntato su di te?»). Però ha ancora un barlume di curiosità. Ha ricevuto una lettera, muore dalla voglia di sapere cosa voglia da lui questo senatore implicato in uno scandalo. E dunque una carrellata di fantasmi.

Rivede Deborah, l’unica donna che ha veramente amato (e non è riuscito ad amare – e che non invecchia). Ha scelto la carriera, è una grande attrice. Ha il viso inondato dal bianco, la rende ancora di più uno spettro. Sa molte cose, ma non le può dire al vecchio amante. È una scena malinconica e nervosa, terribilmente scoraggiata. È tutto un gioco di silenzi e sguardi. Ma l’apoteosi deve ancora avvenire. È un finale innominabile, assolutamente struggente, crepuscolare.

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Però c’è un altro colpo di scnea, il vero, spiazzante colpo di scena, forse una scatola cinese. Il giovane Noodles è in uno stanzone dove si fa di oppio. Poi si addormenta. Torna alla mente quell’uomo che si risveglia sconvolto all’inizio del film. Noodles sorride. Morandini ipotizza che il presente (1968) sia un’illusione, la figurazione sognante del drogato Noodles. Allora niente è accaduto, il tempo non esiste, è solo la proiezione ipotetica di ciò che potrebbe accadere trentacinque anni dopo?

Tra realtà e sogno, preferisco scegliere la realtà. Ma è una predilezione personale. Perché in realtà Leone non ci dice chiaramente ciò che veramente accade. È un inserimento beffardo ed enigmatico. È giusto che resti così. Ognuno opti per ciò che meglio crede, tanto il risultato è sempre il medesimo, drammatico. Robert De Niro giganteggia. James Woods è il lato struggente del male. E poi la colonna sonora di Ennio Morricone, che ha un ruolo fondamentale, un potere straordinario, evocativo, nostalgico. Un film immenso.

C’ERA UNA VOLTA IN AMERICA (ONCE UPON A TIME IN AMERICA, U.S.A.-Italia, 1984) di Sergio Leone, con Robert De Niro, James Woods, Elizabeth McGovern, Joe Pesci, Burt Young, Tuesday Weld, Treat Williams, Danny Aiello, Richard Bright, James Hayden, William Forsythe, Jennifer Connelly. Drammatico gangster. *****

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