La rabbia | Recensione

LA RABBIA (Italia, 2008) di Louis Nero, con Nico Rogner, Franco Nero, Faye Dunaway, Tinto Brass, Philippe Leroy, Giorgio Albertazzi, Lou Castel, Corin Redgrave, Arnoldo Foà, Corso Salani, Gregorio Napoli, Hal Yamanouchi, Jun Ichikawa. Drammatico. *

La rabbia del regista è indubbia. Ed è comprensibile anche quella dello spettatore. Già il trailer è esplicativo: il regista si ispira a Fellini e Magritte, contro le caste del cinema. D’accordo su tutti i concetti: d’accordo sulla politicizzazione del cinema; d’accordo sulla mediocrità di certi produttori; d’accordo sull’involgarimento del Paese; d’accordo sull’annientamento dell’arte in favore delle tette e dei culi evocati da Tinto Brass; d’accordo sulla critica al dio danaro; d’accordo su tutto.

Detto questo: Louis Nero ha una sua idea di cinema? Si lamenta, giustamente, di non poterla concretizzare perché, detto papale papale (traduzione italiana: pane al pane e vino al vino), non gli danno i quattrini per fare il cinematografo. Ma cosa propone? Perché se questa Rabbia vuole essere al contempo un atto di ribellione e un saggio del talento di Nero c’è da mettersi le mani nei capelli. Virtuosismo teorico fine a se stesso, la dittatura dell’immagine sterile evocata dall’esperienza pittorica, una miriade di elucubrazioni pseudo-intellettualistiche senza un vero obiettivo (le pippe mentali)… Che strazio.

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Troppo facile ricorrere a tali mezzi per manifestare un evidente malessere (che non riguarda solo Nero, ma molti altri autori): e il rischio è quello di fare il gioco dei detrattori. E il punto è anche un altro: questo Nero o è un estremista del minimalismo o un grande bluff. Banalità a non finire nella sceneggiatura, luogocomunismo spudorato senza arte né parte, pressapochismo che vuole farsi scambiare per personalismo artistico, dialoghi paradossali e situazioni al limite del tollerabile (perle del genere non si dimenticano: «È un regista in crisi. Distrugge le sue stesse idee: una specie di autocombustione mentale»): cento minuti sono troppi anche per il proselita più fedele di Godard. È come se Nero voglia farci scontare (ma perché? Ma che colpa abbiamo noi?) il suo insuccesso.

È un film fighetto con personaggi antipatici (tutti, compreso l’insopportabile protagonista e il povero Franco Nero ed escluso il beffardo Arnoldo Foà), un controsenso fatto a pellicola: eh sì, perché Luis Nero critica critica, ma alla fine è riuscito ad avere nel cast una pletora di (anziani, ex, fu) divi e con Luis Bacalov chiamato a comporre il tema musicale principale chiaramente alla Rota. Capito la storia? Filmetto insostenibile: bisogna comprendere se Nero ci faccia o ci sia. Perché se ci fa allora prendo questa Rabbiacome uno sfogo patinato e ridicolo. Ma se ci è, insomma, il discorso si fa più lungo…

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