Eyes Wide Shut | Stanley Kubrick (1999)

Due divi fotogenici, sposati nella vita reale. Un testo allucinante come Doppio sogno di Arthur Schnitzler. Una messinscena cupa e ambigua. L’ultimo film di un maestro. Un apologo sul sesso, la perversione, il sogno, la finzione che si confonde con la realtà: la vita, il vero che si ritrova a confronto con il non-vero. Uscendone, se non sconfitta, lesa e ferita.

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E così sono pure i due protagonisti, due coniugi ebrei trenta-quarantenni con figlia, moderatamente infelici, immersi in una crisi coniugale che avanza prepotente e silenziosa e in un conformismo che li obbliga ad esibire la loro ostentata serenità al cospetto di amici altoborghesi. E l’ambiente sociale è funzionale al racconto della crisi: è un film soffocante che trasuda lusso, soldi, eccessi. E quando lei, ex gallerista, rivela a lui, medico mediocre, un vecchio tradimento, il maritino entra in una profonda crisi, amplificata anche dall’incontro con la figlia di un suo paziente deceduto e con un vecchio amico pianista, che lo porta ad esplorare mondi sconosciuti.

Dal più “classico” appartamentino di una puttana ad una misteriosa e scabrosa tenuta fuori città ove si consumano strani riti e orge, Tom Cruise (cioè il personaggio, ovvero se stesso) si getta in un incubo ad occhi aperti (ma saranno veramente aperti?). Eyes Wide Shut, letteralmente “occhi larghi chiusi”, ma anche occhi per non vedere. Cosa? Ciò che si palesa o ciò che non accade, illudendoci e facendoci entrare in una zona rossa della nostra anima? Ciò che vogliamo o ciò che desideriamo?

Un film che butta lo spettatore in un abisso, che pone la domanda «ci stai o no?” ad immergerti in doppio sogno che forse è realtà. Tutto basato sul principio del “forse”, niente è come sembra, ogni cosa è lasciata alla libertà della mente, i cavalli del sogno/incubo che galoppano alla ricerca delle nostre più nascoste trasgressioni e brame. Bisogna saper fantasticare bene per subire il quotidiano.

Un film imperfetto, certo, con qualche minuto di troppo, che Stanley Kubrick covava da decenni e realizzò in quindici mesi (!), finendolo di montare pochi giorni prima di morire. Il suo sguardo attratto dal perturbante costeggia il lato ambiguo della (in)felicità (la forma è quella del matrimonio) esplorando le ipotesi di realtà nel sogno e viceversa, raggiungendo zenit di potenza visiva in grado di coreografare la catabasi del protagonista nelle tenebre di una sessualità espressa in quanto repressione, come dimostra la celebre e complicata scena dell’orgia (molto italiana: le maschere veneziane, il cattolicesimo alluso).

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Si affida a due divi al massimo splendore che negoziano la propria intimità per mettere in scena una crisi irrimediabile: più che un Cruise volutamente inespressivo, che vaga per Manhattan con lo sguardo sempre sorpreso e pulito dunque disponibile all’osceno nella sua imprevedibilità, rimane Nicole Kidman in stato di grazia, che compare molto meno del suo allora marito regalando una prova matura e complessa.

Come sempre le musiche edite riescono ad amalgamarsi con il contesto in modo contagioso e preciso (il Waltz 2 from jazz Suite di Dmtirij Šostakovič ha conosciuto una nuova popolarità) e l’ossessione di Kubrick si esalta nei cromatismi di Larry Smith, la cui bellissima fotografia è gioca sull’alternanza in interni tra i colori caldi del sesso e i freddi più “rassicuranti” (vedi la cameretta della figliola). Tra i più glaciali e allucinati film di Natale di sempre perché ne mette in luce la dissonanza tra desiderio e consumismo.

EYES WIDE SHUT (G.B.-U.S.A., 1999) di Stanley Kubrick, con Tom Cruise, Nicole Kidman, Sydney Pollack, Marie Richardson, Rade Šerbedžija, Todd Field, Vinessa Shaw. Drammatico erotico. *** ½

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