Carlito’s Way | Brian De Palma (1993)

Alla sua maniera, percorrere una strada che lo porti alla redenzione è alquanto arduo. Non è mica l’ultimo arrivato, Carlos Brigante detto Carlito o Charlie, ma la sua ingenuità nello sperare una nuova esistenza dopo il lungo capitolo della malavita. Pur essendo un film (uno dei migliori del decennio), Carlito’s Way è un romanzo crepuscolare e doloroso sull’amarezza. I titoli di testa, che poi capiremo essere la fine, hanno il tono sommesso eppure sommo della tragedia greca: il genere in cui si identifica il film una sorta di contaminazione tra noir e gangster movie, ossia l’attualizzazione post-classica della tragedia greca, l’aggiornamento degli intrighi ellenici alla realtà metropolitana.

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Lo dico subito: per me è il miglior film del discontinuo Brian De Palma. Perché Carlito’s Way è molte cose. È la parabola decadente di un uomo inevitabilmente borderline che non può (o non sa) cambiare vita, uno alla che si spezza ma non si piega, orgoglioso e al contempo imbarazzato delle proprie radici, uno che è stato in carcere meno del dovuto – ma senza mai fare i nomi dei pezzi grossi.

A modo suo, Carlito è un personaggio tremendamente romantico. Crede ancora che anche la malavita può essere elegante e sobria, e dunque non riesce ad adattarsi in un’epoca in cui essa è monopolio di quattro straccioni arricchiti immolati al dio violenza gratuita. Deve esserci un’etica anche nel delinquere, non è un settore immune dalle regole. Peccato che sia solo Carlito a portare la bandiera di una sorta di moralità nella malavita, peccato che nessuno lo segua, peccato che la solitudine rimanga la sua unica compagna di avventure.

Sì, c’è pure Gail, la sua donna, ma non può capire tutto, non può sapere perché innanzitutto è donna (e in un racconto del genere le donne sono solo oggetti del desiderio o angeli del focolare: non possono scendere in pista con la rivoltella in mano). I valori in cui crede solo lui lo fregano, con certe persone non conosce affatto la regola del fidarsi è bene ma non fidarsi è meglio – e tutto gli si ritorcerà contro, infine (cito un irriconoscibile e orrendamente pettinato del febbrile Sean Penn, avvocato cocainomane e montato, laido quanto basta per renderlo odioso quando scopre le carte). Immerso in una cupa disperazione che avvolge spudoratamente la storia, Carlito’s Way è un film sui sentimenti perduti nel corso del tempo.

È anche un apologo d’amore, per l’appunto quello tra il protagonista e Gail. Chissà perché la pioggia, in un modo o nell’altro, c’entra sempre in determinati film (domanda retorica). L’amore è destinato ad un’eutanasia non voluta e manco cercata, ennesima dimostrazione che non possiamo fare i conti con i sentimenti quando di mezzo ci sono cose più grandi di noi. La difficoltà di voltare pagina, di uscire dal giro, è il cuore dell’opera. In fondo, Carlito Brigante è un Tony Montana cresciuto, che non è morto nella leggendaria scena finale della sparatoria barocca di Scarface e a cui De Palma ha offerto una nuova possibilità: con le età ci siamo, (Carlito avrà quanta cinque-cinquant’anni), con i presupposti pure (come il cubano Montana aveva sbancato il lunario con la droga, il portoricano Carlito era il re dell’eroina).

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E quasi come se il destino voglia fargli pagare il conto di un’epoca di eccessi, gli concede l’illusione di un nuovo orizzonte. Un uomo deve seguire sempre la propria natura, e Carlito lo fa – non sempre. Lui è un delinquente d’altri tempi che si sente a disagio nel presente. È una metafisica figura del passato. Che la vita molla, senza speranza.

Con una seconda parte migliore della prima (forse perché più concentrata nella risoluzione della storia, più ricca di indagini introspettive e psicologiche), De Palma confeziona con classe ed accuratezza un racconto prevedibile eppure terribilmente coinvolgente, situazioni viste e risapute trattate con quel qualcosa in più che le rende memorabili.

Impera la figura dolente e struggente di Al Pacino in stato di grazia, probabilmente nella prova più matura della sua invidiabilissima carriera: vuoi istrionico (qui di rado), vuoi sfuggente, vuoi scoraggiato, vuoi illuso, Pacino regala una interpretazione indimenticabile giocata sul rapporto tra esteriorità ed interiorità (gli abiti scuri rappresentano il lutto che incombe, una condizione di limbo tra vita e morte), che ha il suo punto di forza nella capacità di misurare le dosi tra eccessi e sottrazioni. E poi, pur prevedendo la fine sin dall’inizio, riesce nel far sperare costantemente che Carlito si salvi, che riesca a prendere il treno.

Il finale è decisamente ansiogeno, da palpitazioni, forsennato e disperato, senza requie e privo di qualunque sbavatura. E quando pensi che, sì, forse il lungo flashback è solo un sogno, che quel prologo è solo un’invenzione o si localizza in un momento più estremo dell’esistenza di Carlos Brigante, ecco che la sorpresa della morte si annuncia prossima e senza via di scampo.

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Vatti a fidare di coloro che si proclamano amici. Cosa sarà di Gail e del figlio che porta in grembo? Che scappi altrove, lontano da tutti, magari in un paradiso. Lui non può andare, lui ora non è più. Alla fine una lacrimuccia scende. Ma questa è un’altra storia. Questo film urla (essendo “il film” Carlito), ma nessuno lo sente. O lo vuole sentire. Ah, che amarezza.

CARLITO’S WAY (U.S.A., 1993) di Brian De Palma, con Al Pacino, Sean Penn, Penelope Ann Miller, Ingrid Rogers, Luis Guzmán, Viggo Mortensen, Adrian Pasdar, Paul Mazursky. Gangster. *****

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