Il cacciatore di aquiloni | Recensione

IL CACCIATORE DI AQUILONI (THE KITE RUNNER, U.S.A., 2007) di Marc Forster, con Khalid Abdalla, Zekerie Ebrahimi, Ali Dinesh, Homayoun Ershadi, Atossa Leoni, Shaun Toub, Saïd Taghmaoui. Drammatico. ***

Non sempre un film è migliore del romanzo da cui è tratto, benché trattasi di linguaggi diversi. La primigenia letteraria, ha però un potere maggiore rispetto ad un qualunque adattamento. Non fa eccezione Il cacciatore di aquiloni, trasposizione cinematografica di uno dei più importanti best seller dei primi duemila, opera prima del medico afgano Khaled Hosseini.

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Siamo nei pressi del “larger than life”: il piccolo pashtun Amir, il figlio del padrone, trascorre la sua infanzia con Hassan, figlio del servo, tra proiezioni cinematografiche (I magnifici setteBullitt), letture appassionate e, soprattutto, elettrizzanti gare di aquiloni, in cui sono veri campioni. Ad un certo punto Hassan, essendo un hazara e dunque non degno di rispetto da parte di un gretto pashtun, viene violentato da tre feroci bulli dell’alta borghesia.

Sbirciando la tremenda scena, Amir cambia radicalmente atteggiamento nei confronti dell’amico, tanto da indurre lui stesso e il padre Ali a cambiare aria. E quindi arrivano i russi, Baba e Amir sono costretti a scappare e, dopo varie traversi, eccoci in California dove il ragazzo si è diplomato e si innamora della figlia di un generalone afgano. Diventato scrittore, riceve una telefonata. Esiste un modo per tornare ad essere buoni, è giunto il momento di tornare nei luoghi natii, per tentare di espiare colpe mai riparate.

A livello di scrittura, la differenza sostanziale tra il libro e il film sta nei salti temporali, sulle pagine più evidenti mentre sul grande schermo lo sviluppo si fa più lineare. Ma ciò non disturba la fluida visione del più che dignitoso adattamento del diligente Marc Forster. Molte scene che avevano letteralmente toccato il cuore del lettore (la violenza su Hassan, la lettura della lettera, l’incontro con il Rahim Khan, lo scontro con il talebano stupratore, il finale) qui sono adattate sì con tatto ma senza troppo afflato.

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La prima parte è certamente la migliore, culminata dalla sequenza degli aquiloni che combattono sui tetti di Kabul. Ed è soprattutto merito dei volti, delle interpretazioni dei due bambini, straordinari e calorosi protagonisti. Nella seconda parte si stabilizza, il ritorno in Afghanistan diventa momento espiatorio e probabilmente non del tutto sono rese le catartiche suggestioni richieste dalla circostanza – anche se la fuga di Amir e Sorhab è da antologia e l’agghiacciante scena della lapidazione femminile è potente – ed è un po’ affrettata. Le note stonate sono gli artificiosi titoli di testa, inutili vezzi etnici e stereotipati in un film che intelligentemente non rischia mai di affondare nel luogo comune. E in un film che si muove su uno scenario arabo è già un grande risultato.

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