INLAND EMPIRE | David Lynch (2006)

Ad un certo punto Laura Dern dice: «c’era gente strana». Ma no? È molto probabile che con INLAND EMPIRE Lynch abbia voluto cercare il lynchaggio a tutti costi. D’altronde, è un film sgradevole su vari piani. Ma è questo l’obiettivo: destabilizzare lo spettatore, che diventa parte integrante del film in quanto occhio che scruta la realtà alla ricerca di qualcosa di comprensibile. E allora non gli do la soddisfazione di linciarlo.

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Sarebbe troppo facile liquidare questo strambo oggetto come una pernacchia stralunata, realizzata sotto l’effetto di qualche sostanza stupefacente, indecifrabile perfino per l’autore. Tant’è che non di rado sembra che il volante scappi dalle mani dell’autista, ma non sostenete più di tanto questa tesi. Piuttosto, INLAND EMPIRE lo considererei un allucinato incubo notturno ad occhi aperti di metafisica ed insinuante inquietudine, l’astrusità che si fa corpo filmico con enigmatica misteriosità, un ondeggiamento falsamente subdolo tra realtà ed immaginazione, vero e sogno.

Lynch gioca sulle banalità dei luoghi comuni per destrutturare il (suo) cinema ed intraprendere un rarefatto discorso di ermetica comprensione. Insomma, cosa vuol dire questo Lynch postmoderno che (si) esalta attraverso la digitalizzazione dell’immagine e la distruzione di ogni idea di cinema fino ad ora concepita? A ben ragionare, l’interrogativo è un altro: ma io (un “io” indicativo, l’io-spettatore medio) come devo interpretare un film del genere? E più di tutto, che razza di film è?

Provo a districarmi nel giudizio mediante ciò che ho provato durante la visione – perché INLAND EMPIRE è soprattutto “visione”, subordinata all’elaborazione di una qualche riflessione, altrimenti impossibile se non supportata dall’immagine. Credo che l’invereconda durata che lo sfacciato Lynch porge a noi esploratori del suo sub-inconscio (centosettantadue minuti di assoluto ermetismo) sia finalizzata alla dilatazione estrema e snervante di una trama che di per sé trama non è. La dilatazione del tempo non è altro che la rivincita del lento decadere nell’incomprensibile sulla rapidità degli attimi del nostro quotidiano. Vuole far perdere tempo allo spettatore per fargli capire la preziosità dell’istante.

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Certo, non poche volte si ha come la vaga impressione che vi sia un’eccessiva abbondanza di simboli, situazioni, personaggi, rimandi, analogie e chi più ne ha più ne metta!, ma sospetto che sia una (finta) confusione volontariamente creata dall’autore. Non curante dei distinguo tra verità e finzione, Lynch fa parlare i suoi personaggi come parlerebbe lui, ovvero con sottili quanto impercettibili e astratte metafore, minimalisticamente dotte, impregnando dialoghi non sempre probabili in un surrealismo espressionista di non sempre tollerabile derivazione. E poi, tanto per rimanere nell’ambito dell’assurdo (INLAND EMPIRE sguazza allegramente nelle acque dell’assurdità, e al contempo sembra voler emergere per raggiungere una dimensione più “normale”), come non citare i conigli. I conigli.

Le risate fuori campo stile sit-com sottolineano la patetica comicità di questi uomini dalla testa di conigli, lontani esteticamente dal Bianconiglio di Alice nel paese delle meraviglie, ma trasversalmente attinenti col personaggio di Carroll per il simbolismo che incarnano (e, ci risiamo, il tempo: il Bianconiglio brontolava sempre “è tardi! è tardi!”; qui i conigli-uomini sono testimoni del tempo che non (vuole) passa(re) mai). Personaggi di caratura grottesca, insomma. Ma in fin dei conti sono più o meno tutti personaggi intrisi nel grottesco (fino a che punto volontario?).

Così il coro delle pin-up, protagonista di alcuni innesti musicali che interrompono e spiazzano per sensatezza. Così la “ragazza perduta” che compare all’inizio e ogni tanto fa capolinea, vuoi per esibire il cacciavite nel ventre, vuoi per guardare un po’ di televisione (peccato che nello schermo non ci siano profili precisi, ma frequenze disturbate – come INLAND EMPIRE, dopotutto, frequenza disturbata intercettata sulle onde irrequiete del pensiero lynchano).

Film di presenze più che di attori, materializzate in evanescenti e sfuggenti figure che scappano di fronte ai nostri occhi per paura di essere scoperti (e di svelare così l’arcano dell’intera storia – ma c’è una vera e propria storia?). L’urlo liberatorio e disperato che, a due ore di delirio, butta Laura Dern dopo averne visto di cotte e crude, è più che comprensibile. Non sembra esserci logica in questo film angosciante – angoscia provocata dall’impossibilità di dare un nome alle pulsazione dell’ego.

Forse non c’è neppure una logica vera e propria, forse perché a Lynch non interessa offrire una spiegazione logica ai suoi turbamenti artistici. Sembra molto più interessato a sperimentare la tecnica avanguardistica del digitale (Lynch sostiene che il futuro sarà il digitale, dunque è meglio cominciare subito con l’usarlo), che regala uno spessore alle immagini di inusuale nocevolezza. Probabilmente l’unico appunto che Lynch vuole esibire è la manifestazione della superficialità e della profondità della mente, di quanto non sappiamo servircene per capire ciò che ci circonda.

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INLAND EMPIRE è una seduta psicanalitica senza via di fuga, quasi coatta (una volta che bazzichi per la strada di INLAND EMPIRE sei costretto a batterla tutta, non puoi cercare un vicolo dove nasconderti). E credo che, proprio per il suo carattere estremamente identificabile (bisogna comprendere se INLAND EMPIRE sia lo psicanalista o l’analizzato e se sia il film a sedersi sul lettino o lo spettatore), non sia il caso di assegnare un voto.

Non si può affibbiare un voto ad un qualcosa che pretende di essere molto di più. Sarebbe un limitare la sua sfera. Posso solo constatare che INLAND EMPIRE è un delirante viaggio nella mente alla ricerca di un arcano che si nasconde ben bene per non farsi vedere. E il balletto finale, cosa significa? Potrebbe essere la risoluzione della presa in giro? E vuoi vedere che, alla fine della fiera, INLAND EMPIRE è un clamoroso sberleffo? Un film è un inganno?

INLAND EMPIRE – L’IMPERO DELLA MENTE (INLAND EMPIRE, U.S.A.-Polonia-Francia, 2006) di David Lynch, con Laura Dern, Harry Dean Stanton, Piotrek, Justin Theroux, Jeremy Irons, Grace Zabriskie, Julia Ormond, Diane Ladd. Grottesco. N.C.

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