Luna rossa | Antonio Capuano (2001)

Come si può combinare nel medesimo concentrato sia la tragedia greca (non è un caso che nel cast ci siano attore di matrice profondamente teatrale come Carlo Cecchi, Licia Maglietta, Toni Servillo, Lucia Ragni, Angela Pagano, Antonino Iuorio…) che la canzone napoletana, Eschilo che si incontra (e non si scontra) con Luciano Tajoli?

Contaminando un genere pressoché morto, riverbero post-moderno dell’antichità per eccellenza, Antonio Capuano riflette per immagini sullo stato del teatro della vita – un martoniano teatro di guerra – attraverso il ritratto malato e decadente di una famiglia in balia di sé stessa, personificazione stessa del malessere criminale che sembra scorrere come linfa vitale di questo nostro contemporaneo.

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I rimandi al tragico greco sono ben espliciti sia dal nome della voce narrante (e protagonista) della storia: si chiama Oreste, come l’inquieto personaggio delle Coefore di Eschilo, e la sua parabola in celluloide si rifà all’azione di quel ragazzo sia dal punto di vista effettivo – la terribile, quanto necessaria, vendetta finale, il rapporto con la madre – e sia dal punto di vista metaforico – quando scava e trova il sangue non può non riecheggiare l’abbondanza di sangue che si manifesta nell’opera. I vari Egisto, Clitennestra, Agamennone rivivono – o forse non sona mai morti? – nei corpi dei componenti della famiglia Cammarano, i quali possono vantare anche un’altra analogia con la letteratura, questa volta piuttosto recente.

Come non pensare a Di questa vita menzognera di Giuseppe Montesano (e viceversa, come non pensare a Luna rossa nella lettura del romanzo) nel vedere questa carneficina razionale e crepuscolare, violentemente lenta, asciutta e cruda, priva di fronzoli, esangue e sanguinaria? Tra intrighi e tradimenti, incesti ed autolesionismi, alienazioni e sesso, patriarcati e sadismi, i Cammarano appaiono cani sciolti più vicini alla razza animale che a quella umana per il loro uso discutibile della ragione a vantaggio dell’istinto, ma in realtà rappresentano il lato neanche troppo oscuro, certamente squilibrato, del presunto homo sapiens.

Dimostrazione palese della spietatezza silenziosa che attraversa i loro volti, quella carrellata di primi piani al funerale del vecchio capofamiglia è di inquietante potenza. Chi vuole salvarsi non può concretizzare il proprio proposito, anche perché la profetica Luna rossa di Tajoli ha già annunciato l’epilogo funesto di chi ha deciso di tradire. «La nostra vita è cenere continua», affermano, quasi consapevoli della loro dimensione epica e crudele, ormai consci del loro destino immediato, che li vede arenati in un mare senza speranza in cui defluisce il sangue dei vinti e dei vincitori mischiati assieme. «Quando sei morto ti ridono in faccia». C’è speranza di cambiare pagina? Si veda Gomorra.

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Note per gli attori: Carlo Cecchi di magnifica potenza la sua recitazione asciutta e calibrata, crudelmente silenziosa, teatralmente tragica; Domenico Balsamo, voce narrante e protagonista ribelle, autolesionista ed incestuoso, bravissimo; Licia Maglietta, come Clitennestra dei tempi duemila, feroce ed enigmatica, volgare e sfuggente (ma quante parrucche cambia?), grande; Toni Servillo, enorme nella disperata interpretazione di un personaggio shakespiariano.

LUNA ROSSA (Italia, 2001) di Antonio Capuano, con Carlo Cecchi, Licia Maglietta, Toni Servillo, Domenico Balsamo, Antonia Truppo, Italo Celoro, Antonino Iuorio, Lucia Ragni. Drammatico. ****

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