Il divo | Recensione

IL DIVO (Italia-Francia, 2008) di Paolo Sorrentino, con Toni Servillo, Anna Bonaiuto, Piera Degli Esposti, Carlo Buccirosso, Flavio Bucci, Massimo Popolizio, Giulio Bosetti, Paolo Graziosi, Gianfelice Imparato, Giorgio Colangeli, Alberto Cracco, Aldo Ralli, Fanny Ardant. Grottesco. *****

«Se non volete parlare bene di una persona, non parlatene». Così diceva la signora Andreotti, la madre del Divo Giulio, probabilmente alludendo alle chiacchiere malevoli sul figlio. Non ha evidentemente seguito questo consiglio il talentato Paolo Sorrentino che, al quarto opus della sua già interessante carriera, centra il segno con un film prezioso e raro.

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Cos’è Il divo? Non è un film biografico (nonostante il simpatico sottotitolo reciti La spettacolare vita di Giulio Andreotti). Non è un film inchiesta. Non è un film di denuncia. È, molto più semplicemente, un grandioso film simbolista in cui si incontrano più generi e in cui si pone al centro della scena un personaggio di altissima caratura e di indubbio spessore narrativo (anche morale? non è interesse di Sorrentino giudicare l’operato del protagonista).

Della lunghissima vita pubblica e privata del Divo è preso in considerazione il periodo più nervoso ed importante: siamo nei primi anni novanta, per la settima volta è Presidente del Consiglio dei Ministri («sette volte Presidente, venticinque volte Ministro», gli ricorda il prete di fiducia, ottenendo dal noto fedele una risposta equivoca: «Siamo tutti illustri davanti a Dio»); la sua corrente all’interno della Democrazia Cristiana è molto influente («Sta arrivando una brutta corrente», avverte la fidata segretaria Enea (sublime Piera Degli Esposti: da rilevare la sequenza all’obitorio dove, ormai ritiratasi in campagna a coltivare la cicoria poiché licenziata dal senatore, rincontra il vecchio datore di lavoro, travolto dagli scandali); ma in realtà non è una corrente vera e propria, ognuno è interessato al proprio introito e nessuno può diventare qualcuno senza l’intercessione del monarca.

«La nostra è una corrente teocratica», dice, infatti, l’affezionatissimo Franco Evangelisti (magnificamente indolente Flavio Bucci), membro di questa assieme a ‘o ministro Paolo Cirino Pomicino, che apostrofa il capo con l’epiteto di Fanciullo (godereccio ed eccellente Carlo Buccirosso, di cui non si può dimenticare la corsa urlante per una corsia di Montecitorio e le danze al party con le ballerine); lo squalo Vittorio Sbardella (bestiale Massimo Popolizio); Salvo Lima (torbido Giorgio Colangeli); l’imprenditore ciocaro Giuseppe Ciarrapico (Aldo Ralli); nonostante sia insidiato dall’avversario altrettanto democristo Arnaldo Forlani, si prepara ad essere eletto Presidente della Repubblica grazie al lavoro della corrente (suggellato da una scena memorabile in cui brindano alla pianificazione del progetto sulle note popolari de La prima cosa bella dei Ricchi e Poveri).

Finché tutto gli crolla addosso: il posto sognato da una vita gli sfugge dopo l’attentato al giudice Giovanni Falcone, che induce i parlamentari a votare per l’integerrimo magistrato democristo Oscar Luigi Scalfaro e, soprattutto, viene notificato dalla Procura di Palermo il primo avviso di garanzia per associazione mafiosa. E poi Tangentopoli, che travolge tutti fuorché lui, dunque un nuovo scenario politico. Ma la partita vera è quella con la propria coscienza. Davvero?

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Con piglio vigoroso e pur anche beffardo, Sorrentino indaga con maniacale passione nel percorso esistenziale di Andreotti. E anche se non prende mai una posizione netta di avversità o di attrattiva, ne subisce comunque il fascino. Il fascino di Andreotti sta proprio nella sua ambiguità. In quel sottile filo che separa la figura di uomo affidabile e sincero e il sospetto di essere il peggior criminale in circolazione.

«Guerre puniche a parte, mi hanno accusato di tutto», afferma Giulio, quasi con un tocco di compassione nei confronti degli accusatori, con quell’immane senso di superiorità che sempre lo attraversa. Alcide De Gasperi («Lasci stare De Gasperi», raccomanda ad un senatore che gli sta per porre una domanda) diceva del suo pupillo: «È un ragazzo capace a tutto, ma che può essere capace di tutto». Sta tutto lì, Andreotti, in quella frase dello statista suo maestro: è, infatti, cifra caratteristica del film sta quindi nella pesante ambiguità che suscita il protagonista e finanche in un’ombra inquietante che l’avvolge.

Il cuore (in)formativo del film, però, è da individuarsi nell’intervista ad Eugenio Scalfari (finissimo Giulio Bosetti) sul caso, una teorizzazione inquietante abilmente smontata dal Divo. Lo scontro, diretto magnificamente, si regge retoricamente sulla potenza della parola. Specularmente il film ragiona sull’immagine e più precisamente sull’immagine perturbante se non inquietante.

Il repertorio dell’inquietudine è vasto: la carrellata di omicidi inanellata nel prologo della vicenda (Moro, Pecorelli, Mattarella, Ambrosoli, Calvi, Sindona, Dalla Chiesa, Lima, Falcone), misfatti in cui, per una ragione o per un’altra, è sempre sbucato il nome di Andreotti; quando porta le mani ai fianchi come in una nota posizione ducesca; il mormorio che emette durante una corsa all’ippodromo con il montaggio che alterna questa con l’omicidio di Salvo Lima; lo skateboard che spinta veloce tra due ali di parlamentari verso una porta di un corridoio di Montecitorio, chiara metafora della strage di Capaci; la sagoma di quest’omino con la gobba che s’aggira vuoi tra le mura domestiche vuoi tra i palazzi istituzionali («Ho una discreta consuetudine», dice alle hostess che gli chiedono se ha bisogno di una mano per raggiungere il salone dove verrà presentato il settimo governo Andreotti); quel battimano per scacciare un gatto; la scena dell’incontro con Totò Riina, prima con l’incrinatura del fucile e poi con quel bacio mitologico narrato dai pentiti.

E per far fede al suo intento, Sorrentino, che comunque è incuriosito più dall’uomo che dal politico, ne rappresenta con finezza il lato umano, se vogliamo più domestico. Sicuramente il filone delle emicranie è il più gustoso (quella scena in cui è trafitto dagli aghi dell’agopuntura non si dimentica), ma evidenzierei altre due dimensioni.

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La prima è quella legata ad una dimenticata attività andreottiana: la corrispondenza epistolare che manteneva in alcune pubblicazioni editoriali. Il personaggio di Fanny Ardant (non accreditata) esprime un po’ questa incredibile empatia che l’uomo di mondo comunque provinciale instaura con coloro che gli chiedono consigli finanche amorosi: il loro gioco di sguardi è forse l’unico momento in cui l’immobilismo del protagonista si scontra con il represso interesse nei confronti della donna misteriosa.

L’altra dimensione riguarda lo strano rapporto con la moglie (enorme Anna Bonaiuto, che lavora d’invenzione su un personaggio oscuro) è quello più notevole: c’è una donna che ha sempre vissuto accanto a lui, ma che si accorge di non conoscerlo veramente («Io lo so chi sei», bisbiglia ad un certo punto, ma sembra voler dire l’esatto contrario), ed è l’unica che riesce a tenerli testa e a dirli quello che lui non vorrebbe mai sentire dire su di sé – che ha poche qualità, compresa la capacità di risolvere tutto con ciniche battute.

C’è una scena meravigliosa, in cui v’è un gioco di sguardi semplicemente straordinario: gli Andreotti sono seduti in poltrone separate di fronte alla tv, e in tutti talk show divampano le polemiche sulla condotta morale del Divo nei cinquant’anni di Repubblica. Imbarazzata e scocciata, lei cambia canale e si imbatte in un concertone di Renato Zero. Sta cantando I migliori anni della nostra vita. Ad un certo momento, lei tende la sua mano verso il marito che, dopo un po’, accoglie quel gesto di affetto: i due si guardano, complici nel silenzio, e lui abbozza, per la prima volta, una sorta di sorriso.

Il periodo raccontato dal film, a mo’ di compendio d’un’intera vita, è quello in cui il Divo diceva «meglio tirare a campare che tirare le cuoia». L’assenza di sussulti che si riflette nella postura, nella camminata, nell’immobilismo del volto è spezzata dall’unico evento che davvero l’ha perturbato: l’assassinio di Moro (Paolo Graziosi). È Moro l’incubo dal passato che non dà mai tregua a Giulio, il fantasma. A lui, “il caro Aldo” aveva rimproverato di essere privo di fervore umano, di essere, insomma, un uomo meccanico e senza cuore, di cui non sarebbe rimasto niente. Non sta né a noi né a Sorrentino dire se fossero parole dettate dalla rabbia o dalla lucidità.

Il divo è un film strepitoso, un’opera rock che non corre il rischio di creare un’icona, in quanto, analogamente al cinema di Elio Petri (Todo modo ed Indagine su un cittadino al di sopra di ogni sospetto su tutti), c’è l’allegoria barocca e grottesca della, per quanto discutibile, singolare vita di un personaggio altrettanto singolare. Rappresentato, e non imitato, da un Toni Servillo stupendo, strepitosamente andreottiano e non Andreotti.

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È una prova da Oscar, quella di Servillo, soprattutto perché evita con cura di aderire completamente al reale modello di partenza, e lo reinventa carpendone sì le caratteristiche principali ed essenziali, ma lavorando di creatività. La voce, i movimenti, le espressioni (un raffinato e capzioso gioco di sottrazione) riecheggiano ad Andreotti, non sono le stesse identiche spiccicate. E in un film in cui è protagonista assoluto, in cui ogni sequenza ha un suo valore specifico ed unico, è difficile trovare una in particolare in cui emerge.

Ma forse è di una spanna sopra alle altre (tuttavia praticamente perfette) la scena, cruda e drammatica della confessione. «Livia, sono gli occhi tuoi pieni che mi hanno folgorato un pomeriggio andato al cimitero del Verano. Si passeggiava, io scelsi quel luogo singolare per chiederti in sposa – ti ricordi? Sì, lo so, ti ricordi. Gli occhi tuoi pieni e puliti e incantati non sapevano, non sanno e non sapranno, non hanno idea…»: è l’inizio della sua violenta, disperata, travolgente autoaccusa, nella quale, eppure, non ammette di essere colpevole. Dice solo che è lecito pensare che lui sia colpevole. Non che lo sia. Se mai sia stato tale, è sempre stato per ottenere il Bene comune, anche a costo di entrare in contatto col Male. È l’ennesimo enigma di un uomo indecifrabile che ha concepito il potere non come uno strumento per arricchirsi, ma come l’ascesa di una volontà divina sul proprio capo, come una chiamata dall’alto per cercare di raggiungere la Felicità di tutti.

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