Il cavaliere oscuro | Recensione

IL CAVALIERE OSCURO (THE DARK KNIGHT, U.S.A.-G.B., 2008) di Christopher Nolan, con Christian Bale, Heath Ledger, Michael Caine, Gary Oldman, Melinda McGraw, Aaron Eckhart, Maggie Gyllenhaal, Morgan Freeman, Eric Roberts, Cillian Murphy. Azione drammatico. ***

Che brutta città è diventata Gotham City. Quasi a puntualizzarlo, è illuminata (anzi, oscurata) da una fotografia sporchissima e cupa. C’è una brutta aria in giro. Lo si capisce sin dalla prima scena, convulsissima, una rapina che riecheggia un po’ quella di Point Break (i rapinatori con le maschere di Reagan ed altri sono sostituiti da quelle dei clown).

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I dieci minuti iniziali giocano tutti sul tema del doppio (del triplo, del quadruplo… del multiplo ingannevole) e dell’identità perduta. Non ci caschi subito nel nuovo capitolo con protagonista l’uomo pipistrello, l’effetto straniante si trascina per un po’. D’altronde in un film di due ore e trentadue minuti può essere più che normale (fosse un po’ troppo prolisso? Forse sì), o no?

Fatto sta che subito comprendiamo chi ha la vera parte del leone nell’arena dannata di questo The Dark Knight: manco a dirlo, è lo scriteriato Joker, il cattivo. Sarà perché interpretato da Heath Ledger? Certamente la prematura e drammatica scomparsa dell’attore ha avvolto la sua interpretazione in un’aura diversa, ma una cosa è sicura: Ledger si spinge oltre se stesso ed è un Joker mostruoso. In tutti i sensi.

Rispetto alla versione che Jack Nicholson diede nel Batman burtoriano, il suo pagliaccio è ancora più tragico, ne accentua il lato perverso e malato, lo estremizza su una deriva di inesorabile decadenza. Cosa volete che possa rappresentare il problematico uomo pipistrello dinnanzi a questo enigma umano? E alla fine chi ci fa le spese è forse lo stesso Batman – o Bruce Wayne? Sta qui il problema.

Il fido maggiordomo Alfred (impeccabile Michael Caine) glielo dice chiaro e tondo, in una delle sue mille perle di saggezza: «Batman non ha limiti. Lei sì». Qual è il dilemma del nostro? È il suo posto nel mondo. Non è più tempo di eroi, sembra suggerirci la trama e l’impostazione filmica di questa. O non è più mondo per eroi? Forse non ci sono più le condizioni giuste per esigere eroi perfetti.

E dunque teniamoci questo pipistrello, che si interroga sul perché gli altri abbiano bisogno di lui e sul come esso debba venire impiegato. Scava dentro se stesso, cerca risposte, non ne trova molte. È un film profondamente pessimista. E tutto questo è coperto, nascosto (ma neanche troppo) dagli elementi tipici dei cinecomics (non solo, pure del thriller, del noir, dell’action): tra sparatorie e coltellate, inseguimenti ed omicidi, la violenza del quotidiano raggiunge l’apice e si fa parabola metropolitana.

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Si è forse un po’ esagerato con il simbolismo di quest’opera e sulla sua valenza sociale ed artistica nell’elaborazione del lutto collettivo post-11 settembre. Il personaggio di Aaron Eckhart, la cui follia è semplicemente meno esposta rispetto a quella stordente di Joker, è forse una figura di questo malessere. Probabilmente non pretende di essere trattato come tale – perché forse neanche lo è.

Denso come una lunga nottata trascorsa per le strade di una città smarrita nella sua criminalità, gelido come un colpo di pistola ficcato nel costato, cupo come un ambiente che sembra aver preso le sembianza delle tenebre infauste. Forse non offre possibilità di una speranza futura (almeno nell’immediato). Gli eroi devono attendere il prossimo turno per far valere le ragioni della comunità. E allora cosa fare? Aspettare. Aspettare che la notte passi. Senza spingerla, altrimenti si rischierebbe di cadere, ancora, nel buio più pesto.

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