Il ragazzo selvaggio | François Truffaut (1970)

Superficialmente, può sembrare il film più impostato e rigoroso di François Truffaut. In parte è vero, ma non è solo questo, basti pensare all’uso di quel bianconero. Solo chi lo conosce bene ne può individuare l’aspetto puramente intimo e vorticosamente personale. Victor, il ragazzo selvaggio del titolo, strappato alla natura per inserirlo nella società, è l’ennesimo alter ego di Truffaut ed è una delle derivazioni del solito Antoine Doinel (principalmente quello de I 400 colpi).

Tutti i personaggi con i quali Truffaut si identifica sono al limite di qualcosa, tormentati più che da se stessi dal mondo che li circonda. Qui Victor è un ragazzo con un solo obiettivo: sopravvivere. Mentre Antoine alla fine riesce a cavarsela (pur non raggiungendo sempre quella maturità necessaria), Victor deve fare i conti con l’incertezza del quotidiano – incerto in quanto sconosciuto, lontano dall’esistenza vissuta fino ad ora.

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Il suo problema dov’è? Nella mancanza di una forma di comunicazione. L’assenza di un linguaggio con il quale farsi capire è l’handicap maggiore. E per questo il dottor Itard decide di prendersi cura di lui: per salvarlo da una condizione di straniero della vita. François si ritaglia questa parte, forse troppo complessa da spiegare ad un altro attore, anche perché interessato a scavare, prima che nel ragazzo selvaggio, in se stesso. Difatti, è l’opera più educativa che l’ex enfant terrible abbia mai realizzato, intrisa in un valore pedagogico che la rende quasi un saggio di umanità (scientifica). A suo modo, è un altro racconto di formazione non solo (più scontatamente) per il ragazzo, ma anche per il medico.

Tratto da una storia vera, si rifà al diario di Itard. Ed è un doppio esame esistenziale per François: Victor è Doinel, Doinel è lui, lui è Victor. Nei panni di Itard, confronta se stesso e il suo vissuto attraverso un’altra emblematica esperienza. Ora sensibile e ora finanche violento (quando Itar impone a Victor di fare una cosa sbagliata solo per renderlo consapevole dell’errore), caratterizzato da una messinscena essenziale e vibrante, è un film sulla volontà (o l’ostinazione?) di cambiare. Film rigoroso, pedagogico, sublime.

IL RAGAZZO SELVAGGIO (L’ENFANT SAUVAGE, Francia, 1970) di François Truffaut, con Jean-Pierre Cargol, François Truffaut, Françoise Seigner, Jean Dasté. Drammatico. *****

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