La mia droga si chiama Julie | François Truffaut (1969)

Contrariamente a quanto possa apparire, col suo turbine di tormentate passioni e di eros malandrino, è uno dei film più lieti e brillanti di François Truffaut, qui particolarmente (e spudoratamente) selvaggio. Non tanto per il tono, quanto per la messinscena e quel che c’è dietro. Nonostante la versione italiana che circola sia martoriata di più di venti minuti, l’intento del film riesce a trasparire comunque.

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Partendo da un romanzo di Irish (che Antoine Doinel legge nel precedente Baci rubati – ennesima dimostrazione di come il personaggio di Leaud rappresenti la proiezione filmica del divenire del regista), Truffaut vuole realizzare un fotoromanzo d’autore, dove la storia non necessariamente deve rispondere a criteri di sensatezza o di normalità, ponendo al centro del racconto il tema capitale non solo del suo cinema, ma dell’intera vita: l’amore che, se è vero che può connotarsi di venature folli od anche totalizzanti (si legga alle voci Jules e Jim o Adele H.), si caratterizza qui di una palese connotazione sfacciatamente gioviale nel suo finto precipitare degli eventi.

È sì un film sull’amore che fa male (di cui Louis-Belmondo è la vittima predestinata), ma anche un film sull’amore che impone il suo volere nel destino altrui: dapprima Julie/Marion-Deneuve non ama Louis, e solo alla fine si rende conto di essere stata travolta dal sentimento; così Louis, che subito dimentica la miriade di contraddizioni che si presenta nella moglie (se non altro perché lei non è la vera moglie prescelta), fino ad accettare di uccidere e di morire a causa del folle amor.

Ciò che potrebbe trasparire da un film apparentemente banale e al contempo tracimante (banale perché, fondamentalmente, non dice nulla di nuovo; tracimante perché si addensano moltissimi elementi che ne distinguono fortemente la natura) come questo, è l’ombra pretestuosa della storia: in realtà la storia è funzionale e vitale per l’economia filmica di un’opera del genere, dove tutto è congeniato per realizzare un determinato obiettivo.

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Variegata contaminazione di generi (c’è di tutto: il noir, il giallo, il mèlo, la commedia, l’avventura, il dramma) e perfettamente in stile truffautiano (personaggi che leggono libri, vanno al cinema, si arrangiano per vivere), La mia droga si chiama Julie (titolo stravagante se si pensa a quello originale, altrettanto strambo, La sirena del Mississippi) è un gioco cinefilo per cinefili in cui si concentrano gli amori del suo mentore, da Jean Renoir (a cui il film è dedicato) a Fritz Lang.

Spadroneggia, però, l’omaggio vistoso ed incessante ad Alfred Hitchcock, dal canarino in gabbia de Gli uccelli alla Marion di Psyco fino al bicchiere avvelenato che Marion offre a Louis, i cui echi non possono che riportare a Il sospetto. Finale aperto ad una nuova speranza, con i due (finti) (anti)eroi che si avviano “verso la vita” alla ricerca di una “grande illusione”.

LA MIA DROGA SI CHIAMA JULIE (LA SIRÈNE DU MISSISSIPI, Francia, 1969) di François Truffaut, con Jean-Paul Belmondo, Catherine Deneuve, Michel Bouquet, Nelly Borgeaud, Marcel Berbert. Mélo. ****

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