Il papà di Giovanna | Recensione

IL PAPÀ DI GIOVANNA (Italia, 2008) di Pupi Avati, con Silvio Orlando, Alba Rohrwacher, Francesca Neri, Ezio Greggio, Serena Grandi, Manuela Morabito, Gianfranco Jannuzzo, Paolo Graziosi, Valeria Bilello, Edoardo Romano. Drammatico. ***

In quella garbata indifferenza che è solita accompagnare l’uscita dei suoi film, Pupi Avati riafferma la sua fertilissima fase creativa con un’altra opera non banale. Troppo spesso si dice che il regista bolognese si limita a ripetere se stesso all’infinito, risultando al fine tedioso. Niente di più sbagliato. Nella sua apparente monotonia autoriale, Avati offre sempre quella pennellata in più che rende ogni suo film diverso dall’altra e coerente col suo percorso.

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Al centro della storia c’è uno dei tanti antieroei avatiani, il professor Michele Casali, che insegna storia dell’arte in un liceo classico bolognese e che è stato compagno di accademia di Giorgio Morandi. Come un guizzo insolito, un qualcosa che non ti aspetti da un tipo metodico (ma non troppo) come Avati, c’è un certo tono, determinati colori che riecheggiano alla pittura di Morandi.

A guardare bene, il film è una sorta di natura morta, non tanto per gli elementi in scena (sia gli uomini, le donne, i luoghi e via dicendo), quanto proprio per le tinte cromatiche, stinte e oleografiche, fosche eppure vivide. A sottolineare questi aspetti poco vivaci c’è la fotografia di un Pasquale Mari ispiratissimo, fedelissimo collaboratore dell’autore.

Eppure non è solo l’aspetto formale a colpire ne Il papà di Giovanna. Sono i suoni reconditi e probabilmente inconsapevoli che rimbombano dolcemente nel corso della malinconica visione. Sapete cosa (e chi) può ricordare il rapporto padre-figlia del film? A suo modo, è analogo al contempo speculare a quello di L’Historie d’Adele H. di François Truffaut.

Lì c’era una ragazza che, tra i tanti problemi che l’affliggevano, si era perfino privata dell’ingombrante cognome del padre (Victor Hugo) per cercare una propria esistenza indipendente da quelle ombre. C’era la follia, che invadeva in modo terribile la mente di Adele. Una follia derivata da una cocente delusione amorosa, un sentimento travolgente non corrisposto nei confronti di un militare belloccio e un po’ vile.

Anche qui, ne Il papà di Giovanna la follia è il fondamentale elemento di rottura: Giovanna viene investita da questo male oscuro dirompente e tremendo, che la porta ad uccidere chi non le contraccambia un amore discutibile ed arbitrario. Certo, probabilmente il suo movente non parte dalla pazzia, l’origine del male potrebbe essere puramente mosso dalla gelosia. Ma i segni di una demenza congenita ci sono.

La nervosità dei gesti, lo sguardo smarrito, la ieraticità capziosa di un volto livido. Giovanna è uno dei personaggi più complessi del percorso di Pupi Avati. E il suo rapporto con i genitori è molto particolare. Con il padre c’è un amore incondizionato. Lui (il vero protagonista del film) riversa i propri sogni di piccolo borghese su di lei, desidera che la figlia abbia se non il meglio almeno la tranquillità dei sentimenti.

Fa di tutto affinché lei senta di rappresentare qualcosa in questo mondo, sia prima che dopo la tragedia. A modo suo, anche lui è un matto, ma di una pazzia calcolata ed innocua, dolce e melanconica: Michele è uno sconfitto per natura, ha perso la sua battaglia con la vita, è ignorato dal vecchio compagno Morandi (al quale scrive molte lettere per chiedere il permesso di realizzare un libro sui loro ricordi di gioventù). D’altro canto, la di lui moglie, Delia, è un’insoddisfatta innata che dalla vita vorrebbe altro.

Le mura dell’appartamento modesto in cui abitano le vanno strette. Quel marito poco ambizioso non la stimola. La figlia brutta e chiusa idem. Sta qui un altro problema di Giovanna: il confronto con la bellezza algida e sensuale della madre, anche lei troppo scomoda per vivere felice. I figli belli li fanno i genitori che si vogliono bene, dice al padre, ormai rinchiusa nel manicomio criminale.

E i figli brutti? Da dove nascono i figli brutti? Lascia intendere qualcosa, ma pianta il padre con questo dubbio. Da dove viene lei? Perché sono nata?, sembra chiedersi. È come se Giovanna maledica il giorno in cui è venuta al mondo. Un mondo per il quale ora lei è “socialmente pericolosa”. La vicenda in ballo può anche far tornare alla mente la storiaccia di Erika ed Omar, più che altro per quel padre che sfida tutti pur di dimostrare che, oltre ad essere una assassina, la figlia è prima di tutto un essere umano che merita rispetto.

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“Socialmente pericolosa”, ma un essere umano. E lasciate perdere le inutili querelle sul presunto revisionismo che Avati farebbe con questa storia – il personaggio del poliziotto fascista che viene fucilato dai partigiani: l’interesse che il regista vuole dimostrare non è politico, ma drammatico.

Il papà di Giovanna è un bel film, una tragedia laica ed asciutta che non scade mai in un becero patetismo. Possiede la robustezza di quei film d’altri tempi, la delicatezza che solo taluni autori sanno infondere nelle pellicole, l’amarezza di un racconto duro e lancinante. Fa male al cuore, è il dramma struggente e maturo di un padre in balia della tempesta, così bene incarnato da uno straordinario Silvio Orlando in stato di grazia premiato più che giustamente con una Coppa Volpi al Festival di Venezia. È lui a portare quel tocco tenero ad un film che non vuole suscitare tenerezza, ma profonda, disperata tristezza. Un cinema del dolore, che vola sulla brezza dei ricordi al color di seppia, che tocca, emoziona, fa riflettere. E poi: fosse questo uno dei film più neri di Avati?

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