La fabbrica dei tedeschi | Recensione

Mimmo Calopresti decanta una Torino ferita e sofferta, colpita nella sua parte più sciaguratamente dimenticata negli ultimi anni, quel mondo operaio di cui si parla solo quando uno dei suoi componenti viene a mancare tragicamente. Un documentario inusuale e classico al contempo, che parte in modo insolito con un coro di immagini fotografate in un bianco e nero che evoca Rocco, i suoi fratelli e i compagni ma anche Lulù, per poi compiersi in uno sviluppo ineludibile contemplante la triste disamina delle conseguenze del dolore (filtrata attraverso i colloqui con i parenti delle vittime) e la ricerca amara del perché di tutto ciò.

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La fabbrica dei tedeschi è un film sul necessario sull’oggi, sulla realtà che viviamo, dominata da quel «Fabbricare fabbricare fabbricare / Preferisco il rumore del mare / Che dice fabbricare fare e disfare…» che già era al cento di precedenti opere del regista. È un film che analizza le origini del dolore, e, contemporaneamente, asserisce sconsolatamente lo smarrimento della classe lavoratrice, la sua infinita malinconia, proiettata mediante la straziante sequenza del corteo sindacale con alla testa il padre di una delle vittime del rogo della Thyssen. Le sue parole riecheggiano nel silenzio di una piazza abbattuta, e sono macigni che colpiscono. Per chi ha una coscienza civile e una consapevolezza etica, La fabbrica dei tedeschi è un film lancinante.

LA FABBRICA DEI TEDESCHI (Italia, 2008) di Mimmo Calopresti. Documentario. ***

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