Burn After Reading – A prova di spia | Recensione

BURN AFTER READING – A PROVA DI SPIA (BURN AFTER READING, U.S.A., 2008) di Joel ed Ethan Coen, con John Malkovich, Frances McDormand, George Clooney, Tilda Swinton, Brad Pitt, Richard Jenkins, J. K. Simmons, Elizabeth Marvel. Commedia. ** ½

Se siete nei pressi di Burn After Reading (scelleratamente tradotto in Italia con l’inutile A prova di spia), rinunciate a qualunque proposito di voler capire qualcosa o di elaborare un qualche pensiero logico. L’universo nel quale si muovono gli idioti della storia è completamente avvolto in un’atmosfera di totale deficienza collettiva.

Niente ha più senso quando ti trovi di fronte alla mediocrità che si impossessa in modo devastante e degli uomini, giunti ad un punto di non ritorno di allucinante follia. Il film può essere interpretato come l’ideale trasmigrazione dell’anima di un Paese votato allegramente all’ebbro suicidio provocato da questo momento storico, che può vantare come suo simbolo Bush junior.

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Idioti tutti, certo: idiota Malkovich che perde il cd strettamente confidenziale nella palestra (emblema dell’estetismo a tutti i costi, dell’apparenza manifestata dai corpi che sostituisce l’essenza della ragione), idiota Pitt che crede di essere in una spy story, idiota Clooney che passa da una chat line all’altra e non sa come occultare un cadavere accidentale, idiota Swinton che afferma la propria superiorità presuntuosa attraverso la tirannide, idiota McDormand a cui interessa più l’apparire e che crede di essere ancora in piena guerra fredda.

La critica più feroce va a coloro nei posti di comando, espressioni più esplosive e disarmanti dell’idiozia in senso lato (ecco una frecciatina, neanche troppo velata, alla paranoia dell’epoca bushista, ecco il capo, il potente come personificazione della stupidità). I Coen si divertono come matti a palesare la devastante imbecillità dei nostri giorni e strutturano con simpatico cinismo una commedia nera non-sense di pura schizofrenia.

Non tutto va a segno, spesso il troppo esagera creando situazioni di un’assurdità a tratti irritante, non di rado (specie nella prima parte) l’attenzione scema. Rientra di gran lunga nelle opere minori dei fratelli, non lascia indifferenti ma non fa nemmeno strappare i capelli. Certamente ha il suo punto di forza nel cast, dove ad un Clooney e ad una Swinton evidentemente divertiti, si contrappongono un Pitt strepitoso che si impegna assai e un Malkovich da antologia. Su tutti, però, brilla di luce propria una McDormand a suo agio, che quando compare (fa) spicca(re) il volo (al film).

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