XVIII Scrittura e Immagine | La canarina assassinata | Recensione

LA CANARINA ASSASSINATA (Italia, 2007) di Daniele Cascella, con Ignazio Oliva, Chiara Conti, Bruno Armando, Michele De Virgilio, Remo Remotti, Paolo De Vita, Caterina Vertova, Emilio Bonucci, Lorenzo Monaco, Ciro Scalera. Commedia giallo. ***

La canarina assassinata non è un film impeccabile, ma è un esordio che semina bene un’ipoteca sul suo futuro artistico. Peccato che, neanche uscito, La canarina assassinata sia già finito nell’oblio dei belli e invisibili. Nonostante svariati difetti peculiari delle opere prime, è un piccolo film che merita attenzione. E poi è qualcosa di più di un film: è una ventata di aria buona.

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È raro vedere, nella nostra cinematografia, un racconto così sapido e a tratti beffardamente spietato che si rivolge alla “macchina cinema” con lingua biforcuta e spirito ribelle. Sotto una patina surreale, cova un animo profondamente civile: il cinema è diventato una cialtronata, il palcoscenico patetico di vite insulse ingabbiate nell’ordinaria tragedia del male di vivere, votate al suicidio (di massa) – spesso inconsapevole. Per molti resta un sogno, la messa in scena dell’immaginifico intrinseco o la concretizzazione della propria arte, fate voi.

Ma c’è un bell’inghippo: «Non ho sogni di riserva», afferma, infatti, un giovane aiuto regista (che si rivelerà imprevedibile). Amare il cinema non lascia scampo: se non si riesce a realizzarsi in esso, si battono altre strade, con insopportabile insoddisfazione. È una goduria per i cinefili: da Psycho a Viale del tramonto, passando per Effetto notte e La donna che visse due volte, con spruzzate ed omaggi reconditi a Scola e Risi.

Tra l’altro, l’inizio è palesemente in tono: il Nuovo Cinema Paradiso desolatamente vuoto in cui scorrono i titoli di coda del primo film del protagonista. Compare il Dio del Cinema, che sputa crudele sui registi italiani (ormai il loro habitat naturale è la sala vuota dei cinema di periferia). Il cinema è morto, specie quello in sala. Tanto vale ricordare il passato.

È un giallo, ma anche una commedia, e un film comico, e pure trasversalmente un thriller. È un concentrato d’amore, qua e là un po’ smarrito, sul come vivere la Fantasia e le sue conseguenze. L’accumulo parsimonioso di citazioni e rimandi, indizi e battute, ne fanno un’opera profondamente sarcastica, diversa, intelligente.

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Non è perfetto (nella seconda parte perde un po’ quota, inevitabilmente, dato il soggetto, finché non scorre in crescendo nel finale), ma è originale (e il titolo ne è la prova): dote rara nella cinematografia nostrana attuale. Sottilmente, è anche un film disperato: non c’è personaggio tranquillo, sono tutti senza pace. E c’è un finale alla Ultimo metrò che, di primo acchito, può apparire fuorviante, ma che in realtà si rivela necessario, fatale.

È un film sull’illusione del cinema, che parla di (e a) noi cinefili e del (e sul) nostro ruolo social-culturale all’interno di una società malata. È un film su dove sta andando il cinema, su dove stiamo andando noi cinefili. (E se il film è rivolto solo a noi e non al grande pubblico?). Paolo De Vita e Remo Remotti migliori in campo, Bruno Armando e Caterina Vertova gustosi.

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