XVIII Scrittura e Immagine | Senza fine | Recensione

SENZA FINE (Italia, 2008) di Roberto Cuzzillo con Cristina Serafini, Irene Ivaldi, Margherita Fumero, Simona Nasi, Lalli. Drammatico. ** ½

«Senza fine | Tu trascini la nostra vita | Senza un attimo di respiro | Per sognare | Per potere ricordare | Ciò che abbiamo già vissuto…». Sì, c’entra pure Gino Paoli. Ha un ruolo specifico, una voce sensibile e disincantata che coglie l’aspetto più dolce della storia d’amore raccontata nel film. È un film d’amore in senso lato, non solo carnale. C’è soprattutto il bisogno di lasciare tracce – come? Attraverso il concepimento di un figlio. Peccato che le due persone coinvolte in questa storia siano lesbiche.

Risultati immagini per senza fine film 2008«Fermo restando quanto stabilito dall’articolo 4, comma 1, possono accedere alle tecniche di procreazione medicalmente assistita coppie di maggiorenni di sesso diverso, coniugate o conviventi, in età potenzialmente fertile, entrambi viventi». Partendo dalla legge 40/2004, Senza fine, opera prima del factotum Roberto Cuzzillo (autore anche del montaggio e della fotografia), cerca di recuperare le istanze del cinema civile della nostra tradizione con uno sguardo europeo.

Ha tutti i difetti degli esordi (una certa pretenziosità nella sceneggiatura, a sua volta un po’ irrisolta nei suoi troppi silenzi, e non di rado una dilatazione del tempo), ma non è privo di un suo interesse. Due lesbiche sono personaggi rari in un cinema italiano recente costellato di coppie omosessuali maschili, e il loro rapporto è caldo, tenero, problematico (come problematico è ogni legame tra due che si amano), dominato dall’incertezza nel futuro.

Con l’aggravante del pregiudizio, che, come dice la mamma di Giulia (una delle due protagoniste), non scomparirà mai. La filosofia che muove Senza fine è semplice: prima di pensare a mettere al mondo un altro individuo, bisogna risolvere i propri conti in sospeso (anche rognosi, come un tumore benigno). Nel cast sono notevoli il macchiettone di Margherita Fumero e la dolente Lalli.

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