Racconto di Natale | Recensione

RACCONTO DI NATALE (UN CONTE DE NÖEL, Francia, 2008) di Arnaud Desplechin, con Catherine Deneuve, Jean-Paul Roussillon, Anne Consigny, Mathieu Amalric, Melvil Poupaud, Hippolyte Girardot, Emmanuelle Devos, Chiara Mastroianni. Drammatico. ****

Sì, d’accordo. È una storia che, all’apparenza, può risultare tutt’altro che natalizia. C’è al centro della scena, dopotutto, una famiglia intellettuale martoriata da sé stessa, in cui le relazioni sono ora intrecciate e ora ingarbugliate, ora liete e ora burrascose, che si riunisce in occasione delle feste natalizie dopo molti anni di freddezza.

Però, in fondo, è un film che porta con sé il vero spirito del Natale, non tanto religiosamente parlando, quanto nei legami personali (ormai il Natale è una festa del consumo e il pretesto per regalare qualcosa; mettere Gesù bambino nella mangiatoia allo scoccare della mezzanotte del venticinque interessa solo ai bambini): quello del donare, forse disinteressatamente, chissà.

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Questo gruppo di famiglia di un interno rischia di fotografare la contemporaneità in modo più efficace rispetto a mille altri ambiziosi sociologi: e non so fino a che punto fosse questo il vero intento di Arnaud Desplechin, la cui vena intimistica (in cui il privato è pubblico perché non può essere altrimenti – ma un pubblico inteso anche come spettatore, a cui rivolgersi per esprimere i propri turbamenti) si conosce da tempi non sospetti.

Attraverso la difficile quanto naturale alchimia che si instaura tra i vari membri del coro natalizio, si ha l’occasione di scrutare le parti più in ombra dell’animo umano (e non è un caso che, nell’incipit, le traversie familiari precedenti al racconto del film siano riferite mediante un teatrino di ombre – la vita è un palcoscenico?) e di analizzare quel che non sempre traspare nel divenire monotono del quotidiano.

Ogni personaggio rappresenta un qualcosa, un’istanza del presente, una personalità precisa: il patriarca Jean-Paul Roussillon è il collante, l’unità fatta a uomo; la moglie Catherine Deneuve è al contempo sfida ed accoglienza; il figlio scapestrato Mathieu Amalric è l’andare oltre per trovare una propria dimensione (nella quale non si è mai a proprio agio); la figlia Anne Consigny è la nervosità coniugata alla paura; suo marito Hippolyte Girardot è la sicurezza; loro figlio Emil Berling è il tentativo di evadere da sé stessi; l’altro figlio Laurent Cappelluto è il sacrificio amoroso (solo carnale?); l’altro figlio Melvil Poupad è la complicità; sua moglie Chiara Mastroianni è l’inquietudine mascherata.

Emmanuelle Devos, amante occasione di Amalric, rappresenta l’agente esterno che non ci pensa due volte a scappare alla prima occasione dall’inferno di ghiaccio della casa di famiglia. In questo modo, Desplechin coglie al volo due istanze: permettere un coinvolgimento particolare allo spettatore (che, inevitabile, non può che identificarsi con almeno una delle sue creature) e, soprattutto, affrescare con maggiore precisione e coralità un affresco che, appunto, pretende un’atmosfera polifonica.

Racconto di Natale è una sentimentale resa dei conti sullo stato delle psicologie dei personaggi, che evoca un po’ all’Allen di Interiors e Settembre, il quale, a sua volta, si rifaceva omaggiante ad un certo Bergman del privato. Supportato da una sceneggiatura di ferro in cui si concentrano dialoghi sapidi ed arguti, mai banali o inutili, ha una dimensione quasi teatrale che accentua il percorso di transfert dall’azione alla platea.

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La lunga durata della storia (appunto, un po’ come le commedie teatrali, tipo Strano interludio di O’Neal – e ci manca poco che si spengano le luci e i personaggi comincino a parlare da soli, alienati dal resto del mondo), districata lungo le feste natalizie fino all’alba dell’anno nuovo (giorno in cui mamma Deneuve deve trapiantarsi il midollo del figlio Amalric, apostrofato come il figlio che mai ha amato – ma è una finta repulsione, un parlarsi male per paura dei propri reali sentimenti), è finalizzata giustappunto al compiersi di un avvinto canto di Natale (ma Dickens non c’entra manco di striscio – forse c’è solo il fantasma dei Natali passati impersonato dal figlio Joseph, scomparso a sei anni più di un trentennio fa), espresso con estrema generosità da un regista che ama i suoi interpreti.

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