The Millionaire | Recensione

THE MILLIONAIRE (SLUMDOG MILLIONAIRE, G.B., 2008) di Danny Boyle, con Dev Patel, Tanay Hermant Chheda, Ayush Mahesh Khedekar, Madhur Mittal, Freida Pinto, Anil Kapoor, Irfan Kahn. Drammatico. ***

Un metafisico personaggio della notte di RaiUno chiederebbe a Danny Boyle: la vita è un gioco o è il gioco ad essere vita? Conoscendo il regista di Trainspotting, magari potrebbe mandarlo in Inghilterra nei terribili ventotto giorni. Scherzi a parte, anche un cretino si accorgerebbe del parallelismo tra vita del concorrente (un’infanzia dolorosa nella misera di un’India sospesa tra menzogna e sortilegio, paura del domani e carpe diem) e le domande che gli propina il corrispettivo indiano di Gerry Scotti (onestamente più antipatico del nostro).

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L’India è eccessiva in tutto: nelle sue letali discrepanze sociali tra ricchi e poveri, ma anche nel montepremi in palio (non so quanto valgano in euro venti milioni di rupie, certo è che foneticamente la differenza tra il nostro milione di euro e i loro venti milioni di rupie si sente, eccome).

The Millionaire (il titolo italiano sacrifica il Slumdog che accompagna il Millionaire originale e anticipa di fatto il finale della storia) è una forsennata corsa nella disperazione di un Paese in cui i bambini sono destinati alla strada: sedersi sulla sedia di un quiz televisivo è un sogno riservato a pochissimi, forse ad uno solo, il quale, infatti, quando si rende conto di aver perso il primato di unicità, comincia ad invitare il concorrente a lasciare la partita. Fuga dal mondo adulto da parte di bambini che non ne vogliono essere annessi per paura di assorbirne il peggio, è una favola per adulti (ma non solo) che rivela la maturità fanciullesca della strada.

Il motivo che spinge Jamil a partecipare allo show è semplice, e coinvolge tutti, anche gli spettatori del quiz: evadere (dunque un’altra fuga, anche se metaforica). D’altronde, distrarsi dai problemi che la vita ci offre con spietata nonchalance attraverso i media è un modo che ci accompagna dai tempi della Grecia antica, quando negli anfiteatri si rappresentavano commedie mentre altrove si combatteva.

Servendosi di tecniche digitali che mettono in risalto i connotati contradditori dell’India, Boyle, curiosamente, fotografa il Paese come se lo conoscesse da una vita, catturando l’anima lacerata di una società eternamente smarrita tra folklore popolare e corruzione emotiva. Boyle, certamente meno nevrotico, resta un ragazzo disilluso a cui piace sorprendere, complice pure l’impietosa cornice indiana.

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Un po’ Capra (per l’ottimismo, nonostante tutto), si è detto, e un po’ Dickens (l’infanzia dolorosa dove me la mettete?), è un buon film di onesta e singolare fattura, che probabilmente farà incetta di premi (o almeno di nomination). Qua e là anche un non avvezzo della cultura indiana (come il sottoscritto) ci trova stereotipi e banalità, ma sono ovviamente funzionali ad una storia (che può vantare un secondo tempo più armonioso del primo) che sin dalle domande del quiz celebra il Paese fino ad uno scoppiettante finale in cui Bollywood incontra la tecnica occidentale.

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