L’ospite inatteso | Recensione

L’OSPITE INATTESO (THE VISITOR, U.S.A., 2007) di Thomas McCarthy, con Richard Jenkins, Haaz Sleiman, Danai Gurira, Hiam Abbass, Marian Seldes. Drammatico. ****

Canto di Natale (se non altro per la collocazione che gli ha riservato la distribuzione italiana) di inizio millennio, ma con uno Scrooge meno cattivo dell’originale dickensiano e redento ben presto (incarnato da uno sfuggente, autunnale, perfetto Richard Jenkins), questo piccolo e prezioso film merita più di una riflessione per come riesce a scuotere con delicata sensibilità.

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Nel titolo si manifestano tutte le ansie e gli stati d’animo che avvolgono gli abitanti della storia: inattese sono le paure che ci spingono a vedere l’altro come l’invasore del nostro povero giardino – ma che agli occhi dell’altro è il pezzo più attraente di terra dell’abbondanza; inattesa è l’accettazione nella misera vita di un uomo che, inaspettatamente, accoglie anziché respingere; inattesa è la maturazione della consapevolezza di essere inutile in proiezione della società degli uomini; inattese sono le repulsioni verso una società che meritava solo la nostra sprezzante indifferenza. Ospitare certi sentimenti nel solito involucro è come accogliere la mutante espressione del vivere umano.

Batte forte e vigoroso il tamburo del cuore collegato alla mente, e solo attraverso questo strumento si possono calibrare al meglio le conseguenze del cambiamento; il piano no, non vuole suonare secondo il nostro gusto, ma solo secondo le nostre attitudini – perlopiù mediocri. Walter si comporta come un bambino in un percorso di crescita, ed il piano ne è la dimostrazione: prende lezioni da tempo, seguito da diversi maestri, ma non capisce che il problema è lui e non chi lo educa.

Ma anche nel lento divenire della sua persona si presentano i connotati di un ritardato, ma sempre appassionato, romanzo di formazione. Non fa nulla che la passione esploda solo verso la fine, quando l’arroganza del Grande Paese è declinata sui registri della paura: ogni mo(vi)mento che riguarda Walter mette in luce l’irrequieta e sollevata bellezza del cambiare (ormai crescere non si può più, neanche troppo nell’interiorità).

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Non è un film sul confronto tra culture diverse perché se è vero che Tarek porta i ritmi della sua terra e Zainab la bravura del creare, Walter non si sente parte della sua presunta cultura: più che altro, è un film sullo scambio reciproco delle proprie sensazioni. C’è anche il filone che contempla l’immigrazione e i suoi problemi, i timori di un’America ferita per sempre dal crollo delle torri (evocate su un battello, accanto all’ammirazione della Statua della Libertà), ma è soprattutto un piccolo film intimista sulla solitudine e le sue paure. Quelle sì, non sempre inattese.

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