Domenica, maledetta domenica | John Schlesinger (1971)

In originale il titolo porta con sé una ruvidità struggente: Sunday, Bloody Sunday. Sarà forse anche per l’omonima canzone, comunque posteriore. Per parlare di uno dei più importanti film (di lento ma dirompente culto) dei tempestosi anni settanta, sarebbe curioso partire dal contesto storico: non di rado si pronunciano termini come “crisi”, “America”, “viaggio”. La dimensione di crisi “economica” (ma prima ancora umana) del film ha una sua valenza ben precisa: in un momento in cui la sicurezza degli oggetti si fa più labile, gli uomini cercano di soddisfare la propria esigenza di certezza attraverso la propria economia sentimentale.

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Si tenta di dimenticare le preoccupazioni finanziare, facendo cedere il passo al proprio cammino emozionale. “America” e “viaggio” si potrebbero individuare spunti interessanti sia per ciò che concerne l’esperienza di John Schlesinger negli Stati Uniti (il suo film-mito, Un uomo da marciapiedi, è uno degli spaccati più disincantati e drammatici del Paese) sia per altro.

I giovani inglesi, chiamiamoli i post-beat, sentono il bisogno di evadere da una realtà che sì si rinnova, ma pur sempre nella tradizione (in Inghilterra continua a regnare la corona monarchica). E l’America è il porto inevitabile, il luogo dell’illusione del bene, l’ovvio sbocco di chiunque voglia intraprendere una carriera per sé stesso in funzione degli altri.

Al centro della torbida eppure limpidissima storia di Sunday, Bloody Sunday c’è uno di questi giovani, uno scultore narcisista ed egocentrico, che riesce nello stesso momento a manovrare i fili di due marionette, di un uomo e di una donna per di più. Entrambi lo amano, ma solo alla fine (e non ne sono del tutto sicuro) si rendono conto di essere stati usati.

L’uomo è gay, la donna è divorziata: sono due borghesi che, a loro modo, si auto-percepiscono come emarginati sociali, forse prima dal proprio ego che il resto. L’amante dei due è ben conscio di essere un potente, sa benissimo che sia l’uomo che la donna sono a suoi piedi: se sul piano carnale la questione è palese, più curiosa potrebbe essere la lettura di una certa attrazione da parte dei due borghesi per un universo nuovo, che non si conosce.

Entrambi sono personaggi alienati, non più alla ricerca di un proprio posto nel mondo (troppo tardi), probabilmente neanche di una serenità: si respira un’aria di latente disperazione negli occhi sfuggenti e disillusi della grandiosa Glenda Jackson e nei movimenti febbrili e stanchi del maestoso Peter Finch, e sembrano inadeguati gli sforzi da parte di ognuno di loro di coinvolgersi in una “normalità” (lei rivestendo il ruolo di vice-mamma in una famiglia socialista di gran lunga progressista; lui cercando di capire quanto del suo vissuto famigliare sia ancora dentro lui, attraverso la crisi religiosa del Barmizkha).

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Shlesinger fotografa le crisi dei due personaggi con straziante nervosità, districandosi per circa una decina di giorni per immortalare al meglio gli elettrocardiogrammi delle sue anime inquiete: e la domenica non è la risoluzione del problema sentimentale, né tantomeno la conclusione della storia.

E solo l’ennesimo segnale di crisi della storia: potrebbe essere il punto di svolta (l’amante dei due se ne va, abbandonando Finch e Jackson nell’afflizione), può darsi di rottura, ma non finale. A differenza di Un uomo da marciapiede, qui la condanna è tornare alla quotidianità per distaccarsi dalla dipendenza. Un film lucidamente teso, melodramma irrequieto sulle conseguenze dell’amore unilaterale.

DOMENICA, MALEDETTA DOMENICA (SUNDAY BLOODY SUNDAY, G.B., 1971) di John Schlesinger, con Peter Finch, Glenda Jackson, Murray Head, Peggy Ashcroft, Tony Britton. Drammatico. ****

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