Kundun | Martin Scorsese (1997)

Troppo facile evidenziare i difetti del Kundun di Martin Scorsese. Metterne in risalto gli squilibri interiori, le imperfezioni dovute alla maestosità della materia, l’anomalia scorsesiana nell’affrontare un’opera così difficile, è quasi una scappatoia per non addentrarsi nell’analisi del vero messaggio della storia. È uno di quei film in cui è molto più interessante (e necessario) parlare di quel che non si vede rispetto a ciò che è palese (lo stile, la regia, lo script e via dicendo).

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È un film basato sull’estetica (lodi a Roger Deakins), certamente, ma al contempo Scorsese ne esalta il lato etico. Estetico lo è nella rappresentazione figurativa della religiosità, nel suo essere quasi barocco (ma è depistaggio), ma l’estetica dell’immagine è funzionale all’etica del messaggio. Non è questione di essere spirituali o meno, buddhisti o no: è la potenza espressiva di un qualcosa di etereo e impercettibile che crea dubbi, suggestioni, sensazioni.

Attraverso l’epopea del Dalai Lama (che è un altro racconto di formazione: e non a caso la sceneggiatura l’ha scritta Melissa Mathison), Scorsese pone in evidenza come l’uomo sia riuscito ad andare al di là del conformismo cerebrale. La frase fondamentale, più o meno, è «Concentrati».

L’obiettivo è proprio questo: esporre da una parte come si possa giungere ad una dimensione psicologica avulsa dal brulicare quotidiano, ormai schedata da tempo dal censore interiore che ci è intrinseco: lo sfondare il muro che separa il “convenzionale normale” (l’uomo comune, il medio-basso, non culturalmente, ma colui che non si spinge al di là di quella dimensione umana che si è inconsapevolmente plasmato per essere accettato dagli altri) all’elezione trascendentale del proprio ruolo etico e sociale.

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Il raggiungimento della concentrazione avviene mediante l’esplicazione di apparenti ghirigori (la sorta di polvere colorata che va a realizzare quella specie di mandala, che, terminato, si disfa come si è fatto: è solo con naturalezza inquieta che si può eliminare ciò che si è compiuto con sacrificio, è la concentrazione che viene a scemare, il non riuscire più a controllare il proprio operato) e confronti con uomini non banali (c’è anche Mao): Kundun ha il passo lento del percorso animistico di un monaco shaolin.

KUNDUN (U.S.A.-Italia, 1997) di Martin Scorsese, con Tenzin Thuthob Tsarong, Tenzin Yeshi Paichang, Tulku Jamyang Kunga Tenzin, Gyurme Tethong, Tencho Gyalpo. Biografico drammatico. ***

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