Incontri ravvicinati del terzo tipo | Steven Spielberg (1977)

Incontri ravvicinati del terzo tipo è il sogno che si materializza su pellicola, la possibilità che l’immaginifico si trasformi in realtà. Si basa sulla “curiosità” fondamentale dell’uomo, ossia sull’eventualità che nell’universo ci siano altri. L’altro è quindi il tema principale del racconto? Non sempre, perché prima degli “altri” c’è la narrazione del “noi”.

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L’uomo terrestre nelle sue nevrosi generate dal dubbio è rappresentato da Spielberg con partecipe distacco, ma a sua volta il terrestre si divide in due categorie: i privilegiati al dialogo e gli altri. Ai primi appartengono i protagonisti del racconto: l’autore non è totalmente identificabile con Roy – un po’ troppo perso in se stesso nella prima parte, piuttosto è rintracciabile a Lacombe e alla sua travolgente (adorabilmente infantile) voglia di scoprire.

Non è un caso che abbia affidato la parte a François Truffaut: il regista francese fu colui che meglio riuscì a raccontare i bambini; chi più di lui poteva impersonare uno scienziato (sostanzialmente un bambino che non vuole crescere perché troppo legato all’immaginario infantile, ma non per questo immaturo – tutt’altro) che dà anima a corpo per raggiungere l’annoso obiettivo dell’incontro con “l’altro”?

D’altronde anche lo Spielberg di certi film (questo, E.T.HookA.I. ed altri) è un bambino che si ostina a non voler crescere per buona parte del film, salvo poi imbattersi in quel segnale che sancisce l’ingresso ad una nuova fase della vita. Sono sempre racconti di formazione: qui lo spannung è la seconda parte, che si succede ad una prima dove la confusione mentale inevitabile è riconducibile alle atmosfere dell’attesa. Nel segmento finale, che parte dall’avvistamento della navicella spaziale, c’è l’atto della crescita, la consapevolezza di contare qualcosa al mondo.

Eppure è difficile parlare di Incontri: è un film misterioso. Sì, il mistero della vita lo avvolge con potenza. Illuminato da luci inquiete e indecifrabili che conferiscono un valore ancora più elegiaco all’opera, è anche pervaso da un pessimismo strisciante e mai urlante, concepito perché c’è una certa diffidenza e rassegnazione verso il mondo umano, che non è composto da soli Roy o da soli Lacombe. Chissà perché la popolazione aliena è fatta di soli extraterrestri bambini (domanda retorica).

È l’anticamera di E.T. – ne anticipa il tema di fondo – ed è l’altra faccia del contemporaneo Guerre stellari, più fracassone e finanche chiaro, rispetto a questo segreto utopistico realizzato con sincera passione dal fantasioso e puro Spielberg. Che invidia, come Lacombe, chi fa il grande incontro.

INCONTRI RAVVICINATI DEL TERZO TIPO (CLOSE ENCOUNTERS OF THE THIRD KING, U.S.A., 1977) di Steven Spielberg, con Richard Dreyfuss, François Truffaut, Teri Garr, Melinda Dillon, Cary Guffey, Bob Balaban. Fantascienza drammatico. ****

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