Gran Torino | Recensione

GRAN TORINO (U.S.A., 2008) di Clint Eastwood, con Clint Eastwood, Bee Vang, Ahney Her, Cory Hardrict, Christopher Carley, John Carroll Lynch, Scott Eastwood. Drammatico. *****

L’ultimo Clint è un osso duro. Intrattabile come i vecchi disturbati da troppe ingiustificate premure, incattivito per la rabbia repressa e sfogata in dieci secondi quotidiani, brutale sulla soglia della volgarità gratuita tanto cara ai reduci, solo per sempre dopo una vita in accompagnata solitudine.

È un reduce della sua stessa vita, perfino il suo gioiello lo è, quella Ford Gran Torino che impreziosisce il garage pieno zeppo di attrezzi, figlia del rampantismo industriale americano che in tempi di crisi economica è più che un ricordo. Non ti aspetti mai che si lanci in sella e sfrecci via con quella fiammeggiante automobile, e non solo perché l’anzianità galoppa, ma proprio perché non è il caso.

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Non ho timore nel dire che Gran Torino, che nasce piccolo e rapido come uno sfogo autoriale, sia il film americano del decennio: non so se sia il migliore o il più importante, ma penso che sia il film necessario a quel Paese. Andrebbe visto con calma, per esaminare ogni passaggio, perché in ogni angolo di quel film c’è una storia che grida, un pezzo d’America che vuole fare la sua parte.

Non ho ben chiara quale fosse l’idea originaria dello sceneggiatore, ma ho capito perché il progetto è finito nelle mani di Clint: perché solo lui poteva captare l’inquietudine sommersa di un Paese che si ritrova in balia di se stesso, fotografare i volti canuti e incazzati, indecisi e paranoici, di un popolo invaso a poco a poco perché identificato nella mitologia come la terra del sogno, illustrare il racconto morale e civile di un americano qualunque.

Clint, conservatore talora più progressista dei democratici, ha ormai il passo dei classici (ma questa è quasi una banalità), usa la macchina da presa come Stenbeck la penna: non c’è una grinza nel suo ritratto, né un minuto di troppo né uno di meno, mai una battuta fuori posto, un’imprecazione lasciata lì gratuitamente (il vocabolario di Kowalski è da Pullitzer del turpiloquio), un carattere inutile. Qua e là ti fa sorridere, perché certi atteggiamenti di Clint sono da antologia, certe espressioni entrano di diritto nella leggenda.

La riflessione è costante, e ogni tanto spunta pure un’evocazione (il pick up di Kowalski come il pick up di Robert ne I ponti di Madison County– e paradossalmente è proprio quel film maledettamente sentimentale uno dei parenti più prossimi a Gran Torino nella filmografia di Eastwood, proprio per il tono crepuscolare). Alla fine ti scende pure la lacrimuccia, perché il sacrificio dell’eroe per caso (o l’eroe per forza, o l’eroe inevitabile, fate voi) è di lancinante bellezza.

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Qualcuno l’ha accostato alla volontà di morire che la pugile Hillary Swank avanza con struggente strazio in Million Dollar Baby, e c’è una ragione in ciò: Clint non può banalmente schierarsi a favore della morte, ma tiene alta la bandiera della morte necessaria quando la vita ha fatto il suo corso, naturale non per convenzione ma per principio (quel che è fatto, è fatto; vivere senza un vero motivo d’esistenza è inutile; dopotutto si muore un po’ per poter vivere).

Il film spacca, perché dice ciò che i documentari e le inchieste giornalistiche non hanno mai avuto il coraggio di dire: gli americani hanno paura del diverso e senza lo spirito dell’accoglienza saranno rigurgitati dalla propria paranoia. Solo in una società dominata dall’armonia multirazziale si può crescere. E la canzone sui titoli di coda è da applausi: lucciconi. Sì, questa parabola umana ed umile, essenziale e ricchissima, è involontariamente il film americano necessario a questo primo, triste, duemila.

 

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