Che – L’argentino | Recensione

CHE – L’ARGENTINO (THE ARGENTINE, Francia-Spagna-U.S.A., 2008) di Steven Soderbergh, con Benicio del Toro, Benjamín Benítez, Julia Ormondo, Armando Riesco, Catalina Sandino Moreno, Demián Bichir, Rodrigo Santoro, Franka Potente, Édgar Ramírez, Jordi Mollà. Biografico drammatico. ***

Steven Soderbergh è un vero autore. Da qualche tempo, nonostante i guizzi affaristici della saga di Ocean e gli sfizi autoriali (si pensi ad Intrigo a Berlino), batte una strada ben definita nei territori del cinema d’impegno. Il progetto di una biografia sul rivoluzionario per eccellenza del XX secolo lo covava da tempo immemore assieme al protagonista Benicio del Toro e così l’idea trova appagamento in un dittico di cui questo L’argentino è la prima parte.

Costruito su diversi piani: ci si possono trovare il cinema d’inchiesta storico-civile di Costa-Gavras, il documentarismo di Rosi, la corrente indipendentista di un certo cinema sudamericano, fino ad un’indagine umana che potrebbe costruire il miglior Spielberg senza dimenticare il passato glorioso di Hollywood.

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In un amalgama elegante ed abile, in questo primo capitolo del racconto del Che (più che un romanzo, è un racconto per come riesce a captare la situazione più che l’affresco, più il racconto di formazione di Ernesto che il romanzo passionale di un mondo che cambia – non so se sia un difetto, un limite o un pregio, sta di fatto che credo che in questa prima parte si sia privilegiata la costruzione dell’uomo-Che rispetto alla trasformazione del popolo), Soderbergh, supportato dalla sceneggiatura certosina e antididascalica di Peter Buchman e Benjamin van Der Vee, pone l’accento sull’impeto sommesso del personaggio, sulla voglia rivoluzionaria sottolineata da toni quasi dolci nella loro violenza non esibita, nel rubare emozioni a luoghi che già di per sé raccontano storie – merito soprattutto di un realismo fotografico che cattura la natura e i suoi colori elettrici nella funzionale regia.

Non di rado si sfiora il rischio di sfornare un santino (ogni tanto la mano sfugge, forse involontariamente, e sembra che la rappresentazione del Mito travalichi la descrizione dell’Uomo): ovviamente il fascino del personaggio è notevole e il rischio è anche legittimo, comunque sia, detto francamente, non mi pare un grande problema (e qui il razionale scrivente viene sconfitto dal cinico e passionale militante politico represso – ma questo è un altro discorso). Però Soderbergh non celebra, ma riporta con spirito cronachistico, in un film complesso, grondante di sudore, lucidamente rivolto verso una seconda parte risolutrice. Benicio del Toro, senza girarci attorno più di tanto, è il film.

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