Pleasentville | Gary Ross (1998)

Catapultati nella finta realtà del serial, le strade sono due: integrarsi in tutto e per tutto, dunque omologarsi alla messinscena del quotidiano, o rivoluzionare, senza se e senza ma. Fantascienza teorica applicata alla destrutturazione degli happy days (anche se, a dire il vero, Fonzie e compagni erano sì immersi in quel mondo un po’ fasullo ma estremamente rassicurante, eppure uno spiraglio di inquietudine – specie se si conosce la storia americana, i suoi figli partiti per l’inferno vietnamita – qua e là si avverte), è un incanto di virtuosismo e di innovazione tecnologica: furbo? No, sincero.

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Film estetico (indubbiamente) e teorico, felice ed minaccioso al contempo, nella sua essenza più profonda ma neanche tanto velata, Pleasantville ha una valenza multipla che non si limita all’effettismo. È, inconsapevolmente, una clamorosa operazione civile che affronta temi fondamentali per l’elaborazione della (nuova) identità americana: che la vicenda sia ambientata nei fibrillanti anni sessanta è un elemento più che importante, perché è forse l’anticamera di quel decennio (i settanta) che maggiormente influenzano l’America di oggi.

Si comincia a vedere a colori, a poco a poco, dopo l’inevitabile dittatura del bianco/nero, e i colori donano ai personaggi e agli ambienti caratteristiche quasi conturbanti, certamente misteriose (il rosso è la prima tinta a comparire, che colorisce un fiore: focoso, emblematico, radicale, speculare al nero, al bianco, al grigio).

C’è la scoperta della diversità, e con i colori arrivano il sesso, questo sconosciuto: i personaggi del serial non conoscono il sesso perché i loro sceneggiatori li hanno creati già ammogliati e con prole, non hanno mai raccontato cosa succede sotto le coperte, dunque gli abitanti del piccolo centro ignorano tutto ciò che concerne l’argomento, l’amore, le relazioni clandestine. Arriva il bisogno dell’emancipazione (Pleasentville è un film di emancipazione), l’esigenza di evadere da una realtà ovattata e soffocante nella sua estenuante routine dominata dal conservatorismo (politico, giuridico, morale).

A suo modo, è il racconto di formazione di un microcosmo e dei suoi residenti, una destabilizzante camminata nei sentieri selvaggi dell’immaginazione realistica. Gary Ross ha più di un obiettivo, e li centra in pieno: nella battaglia tra fiction dichiarata (la vita reale di Tobey Maguire e Reese Witherspoon) e fiction costruita (Pleasentville, appunto), vince la prima, ma il finale tende, forse, a rievocare i certi valori di una volta di fronte alla dissoluzione del nucleo famigliare.

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Ross va alla ricerca della via di mezzo con il giusto mezzo e attraverso il film vuole documentare e capire, analizzare e raccontare, con leggerezza e passione, delicatezza e nostalgia. La pioggia, simbolo importato dal mondo reale e impiantato nella perfezione linda della fiction, ha un effetto di oscura bellezza (anche gli happy days, talvolta, possono essere malinconici), e un applauso alla splendida Joan Allen per come riesce a trasmettere le paure e le speranze di questa specie di signora Cunningham, pronta a truccarsi in bianco/nero pur di mascherare i colori che potrebbe indispettire il marito. Più che un film geniale (non lo è), è un film intelligente che recupera Allen e Bradbury, Lucas e Truffaut, adorabilmente fuori tempo. Una delizia.

PLEASENTVILLE (U.S.A., 1998) di Gary Ross, con Tobey Maguire, Reese Witherspoon, William H. Macy, Joan Allen, Jeff Daniels, Paul Walker, J. T. Walsh. Commedia fantastico. ****

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