Moulin Rouge! | Baz Luhrmann (2001)

Ci sono due modi con cui prendere Moulin Rouge!: o lo si prende con un’allegoria di esagerazione meravigliosa o lo si prende come un veicolo di emozioni inserito in un contesto allegorico. Io opto per la seconda per motivi ben precisi. D’accordo, lo si può tranquillamente prendere come il trionfo del kitsch più devastante: specie nella prima parte, è un film che gioca sui rumori fuori scena che si impossessano della scena stessa, giocando sull’eccesso come inevitabile cifra per raccontare un mondo in cui l’eccesso regnava sovrano.

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Fasto sfrenato di colori vivacemente violenti, avvolgente e metafisico urlo di drappeggi svolazzanti con picchi di inesplicabile follia, elementi fumettistici nelle tonalità sonore e visive della partitura, è un film tragico e disperato travestito da finta burla di carnevale. Difatti, una volta superata l’inibizione dell’immagine – che potrebbe mandare fuori strada lo spettatore, soffocato dal (non)Troppo che popola la scena –, si può cercare di capire quale sia davvero l’intento del sognante Luhrmann nella realizzazione del suo musical.

L’australiano non si limita ad illustrare un’epoca, ma la fa vivere, gioire, patire. La estrapola dal suo contesto storico – mantenendo l’ascendenza bohemien – contaminandola con canzoni ed evocazione della nostra contemporaneità – abbastanza improbabile, ma tremendamente bello, che abitanti del Moulin Rouge (o, per dirla alla Zindler, «noi gente di malaffare») abbiano cantato  Elton John o David Bowie, Marylin o i Queen etc – senza dimenticare la tragedia lirica e la commedia dell’arte (è una celebrazione del teatro, sia del palco che del retropalco, degli attori e degli scrittori).

Così agendo riesce nell’opera di creare un universo parallelo (non incontrabile con il reale), un altrove irraggiungibile e volontariamente caotico e rarefatto, popolato di anime stilizzate e caratteristiche (la puttana redenta e incantata – che vi piaccia o no, Satine è una prostituta della razza più nobile; il poeta rapito e in perenne ricerca; il Don Rodrigo di turno, nella fattispecie il Duca e così via…), eppure con situazioni più vere della vita, addirittura banali.

Le frasi ad effetto sull’amare ed essere amati raggiungono la sublimazione della semplicità. E accanto al percorso amoroso (la ricerca del sentimento più chimerico intrapresa da Christian), c’è un discorso sul parallelismo tra vita e scena, le allusioni che solo le finzioni sceniche possono trasferire al pubblico sotto forma di storie, personaggi, illusioni: the show must go on, sempre e comunque, anche se la scena si deve piegare alla vita: e se poi alla fine fosse tutto il frutto di un racconto battuto a macchina da scrivere nella stanza sudicia di un albergo bohemièn?

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Chissà, potrebbe anche essere (e il sipario che si apre e si chiude al principio e alla fine renderebbe più che plausibile l’ipotesi), e data la natura ipnotica della storia sarebbe anche “in regola” (nonché l’ottica del suo autore adorabilmente scriteriato). Ma non si sottovaluti in tal modo Moulin Rouge!, il musical del nuovo millennio per eccellenza, talmente imperfetto da risultare di per sé un classico. Che pur scardinandolo, risponde a tutte le regole del genere, dall’incontro tra i due amanti all’inevitabile morte in scena dell’eroina (chi se la dimentica la Tosca?). In fondo è anche un film beffardo. Lateralmente inquietante, finanche perverso, ma anche beffardo.

MOULIN ROUGE! (U.S.A.-Australia, 2001) di Baz Luhrmann, con Nicole Kidman, Ewan McGregor, John Leguizamo, Jim Broadbent, Matthew Whittet, Kerry Walker. Musical. ****

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