Nine | Recensione

NINE (U.S.A., 2009) di Rob Marshall, con Daniel Day-Lewis, Nicole Kidman, Marion Cotillard, Penélope Cruz, Kate Hudson, Judi Dench, Fergie, Sophia Loren. Musical. *

Fermo restando che, nonostante alcune sporadiche eccezioni, il musical è un genere che al cinema funziona purtroppo ormai poco (penso, nell’ultimo decennio, ai casi di Moulin Rouge! e Chicago) e che ha ritrovato una nuova linfa nello sfruttamento teatrale con il coinvolgimento di divi televisivi, in una specie di banalizzazione generale. Il principale difetto di Nine è proprio questo: la banalizzazione. Il problema di fondo sta nella trappola dell’ispirazione felliniana: quanto 8 e ½ è complesso, stratificato, anomalo, tanto Nine è banale, superficiale, presuntuoso.

Pur volendo attingere ad un universo più che ad un film in particolare (che in ogni caso è un colosso d’arte la cui sola visione provoca un diluvio di sensazioni, riflessioni, emozioni), sbaglia completamente il tono e le ambizioni, preferendo gli stereotipi all’audacia onirica, i luoghi comuni alle invenzioni sentimentali di Federico.

Sceglie la via più semplice, e canzoni come Cinema Italiano (Kate Hudson) e Be Italian (Fergie) sono emblematiche proprio nella rappresentazione di un mondo che non c’è mai stato, se non nella fantasia totalitarista degli americani (tanto per fare un esempio, si mischiano elementi della tradizione napoletana con atmosfere adriatiche in un contesto romano, con una non poco invasiva celebrazione della moda nostrana).

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La stessa decisione di affidare a Sophia Loren il ruolo della madre fantasma è un luogo comune, perché per il mondo la Loren è il cinema italiano ed è un’icona che porta nel film l’immagine di se stessa, cioè di un’Italia opulenta, accogliente, materna – ma è forse la cosa meno imbarazzante del film. Non ne esce bene nemmeno la Francia, accostata alle Folies Bergères nel numero dell’anglosassone purosangue Judi Dench.

Ci sono momenti interessanti, più che altro affidati alle donne che, nonostante tutto, sono il motore del film (tutte brave, ma si perdono nel brodo), ma è un trionfo di kitsch involontario, mediocrità insopportabile, glamour inutile, con un inaudito Daniel Day-Lewis senza alcuna cognizione di causa (mal doppiato dal buon Pierfrancesco Favino) in quella che, forse, è la prova peggiore della sua oculata e preziosa carriera.

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