Casa Howard | James Ivory (1992)

Casa Howard è un immobile. Anche nell’accezione aggettivale del termine. Non è solo la residenza di campagna che l’anziana signora Ruth Wilcox ha ereditato dal padre, ma anche l’ingombrante edificio che, alla morte della stessa signora, il signor Wilcox non sa come gestire. Immobile perché tutta una vita scorre attorno a quella casa, in cui si accede solo tre o quattro volte in tutto il film, citata all’infinito come un luogo quasi mitico, evocata e temuta, senza che essa cambi, solo impolverata e minacciata vagamente di essere distrutta, ma immobile, ferma, stabile. Come immobili, fermi e stabili non sono affatto i personaggi che vivono il film.

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Lo schema che Edward M. Forster presenta nel romanzo Casa Howard è semplice quanto molto interessante. Sullo sfondo dell’Inghilterra nella transizione spirituale (nel senso nazionale e culturale) dell’inizio Novecento, da una parte c’è il conservatorismo della forma e il cinismo della società industriale (banalmente potremmo definirla una sorta di destra borghese) impersonato dalla famiglia Wilcox, ed ogni esponente della famiglia ha un ruolo ben definito: il patriarca Henry è un signorile speculatore che più inglese non si può che rivendica la posizione più potente all’interno del nucleo famigliare, in virtù delle sue esperienze professionali e del suo congenito diritto di essere capofamiglia; la figlia Evie è la capricciosa rappresentante della perdita delle frivolezze borghesi; il figlio Charles raffigura l’inettitudine presuntuosa dei rampolli infantili che cercano in ogni modo di farsi notare dal padre, anche con un gesto malsano; sua moglie Dolly è la classica ignorante concessa in sposa più per doveri famigliari che per vero amore.

Dall’altra parte, invece, c’è il progressismo umanitario delle sorelle (più fratello) Schlegel (oggi ben definibili con l’appellativo di radical chic): Margaret, la più grande, è una dolce illusa che trova una sintesi tra ragione e sentimento nella difesa dei più deboli e nella costruzione dell’amore con Henry, e se da buona donna di famiglia non può non piegarsi ai compromessi delle convenzioni, è anche vero che non rinuncia all’indipendenza delle sue idee; sua sorella Helen è la tipica romantica che crede di individuare nella difesa del più debole un motivo per lottare, ma che si perde nelle conseguenze del troppo amore per la causa, confondendo i bisogni reali del suo amato con le sue necessità sentimentali. C’è poi il povero, Leonard Best, impiegatuccio di nobile passione che, metaforizzando la sua condizione sociale, ci lascia le penne. Anche perché, come dice Henry «i poveri sono poveri, e peggio per loro», quasi a voler determinare l’impossibilità di redenzione economica.

Casa Howard è quindi la storia di un conflitto sociale. Casa Howard stessa è il simbolo di un’Inghilterra placida e beatamente persa nel suo mare. Tutto nasce dalla volontà di Ruth di lasciare alla nuova amica Margaret quella casa tanto vituperata dai suoi famigliari. Ma quando il marito scopre l’estrema decisione della moglie non si fa scrupolo a far bruciare il foglio alla figlia. Sta qui uno dei cardinali problemi avanzati dal film: per quanto ancora l’Inghilterra sarà vittima del suo mito da cartolina (e la Germania, verso cui emigra la ferita Helen, sembra lontanissima), disegnato dall’imperiale plotone dell’alta borghesia che non vuole lasciare spazio all’ascesa della piccola borghesia metropolitana? A chi andranno mai a finire le sorti di questo Paese che più provincia non si può?

Film civile? Anche, perché no, ma di classe talmente raffinata da far passare più che in secondo piano la lettura sociale. Si va così ad intrecciare a questa storia probabilmente simbolista, apologo senza risoluzione finale, la piccola storia sentimentale dei vari personaggi. Perché tutto sommato è una piccola storia che vive (di e) in spazi ariosi e liberi, nel verde delle praterie e nelle case di campagne, nel fumo delle locomotive e nei salotti benestanti. C’è l’amicizia delle dame inglesi consumata con un tè è uno shopping d’antan, c’è l’impossibilità di un amore per evitare l’adulterio, c’è la scoperta della possibilità di un amore dopo il dolore, c’è l’umanitarismo nei confronti dei più deboli, c’è la paura di perdere tutto e perfino i ricordi, c’è la morte che arriva sia leggiadra che violenta, c’è la malinconia della conclusione dei propri giorni.

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Insomma, in Casa Howard c’è di tutto, e questo tutto è narrato con pudica eleganza ed impeccabile stile da un James Ivory ispiratissimo, come riesce ad essere ispirato quando porta sullo schermo i romanzi di Forster (si pensi, ad esempio, a quella bellezza sopraffina di Maurice). Sulle note di Richard Robbins e nella cornice plasmata dalla fotografia acquarellica di Tony-Pierce Roberts, con le scenografie dell’Oscar Luciana Arrighi, dirige un cast in splendida forma, capitanato dalla squisita e fiera Emma Thompson, premiata anche lei con l’Oscar assieme alla sceneggiatura, e dal maestoso Anthony Hopkins. E ricco della presenza, bellissima, di una stupenda Vannessa Redgrave che lascia, in mezz’ora, il segno indelebile delle carezze delicate.

CASA HOWARD (HOWARD’S END, G.B., 1992) di James Ivory, con Anthony Hopkins, Emma Thompson, Helena Bonham Carter, Vanessa Redgrave, James Wilby, Samuel West. Drammatico. ****

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