Toy Story 3 – La grande fuga | Recensione

TOY STORY 3 – LA GRANDE FUGA (TOY STORY 3, U.S.A., 2010) di Lee Unkrich. Animazione avventura. *****

Siamo cresciuti con Toy Story, noi bambini degli anni novanta. Siamo stati la prima generazione ad ammirare con occhi infantili i prodigi di quel tipo di animazione che allora chiamavamo “al computer”. Noi del 1991 non ancora concepivamo il computer: era un oggetto misterioso, capace di fare qualunque cosa, la scatola magica in grado di realizzare miracoli. Pensionammo i cartoni classici – che abbiamo riscoperto solo in età adolescenziale: potrei raccontare di diciannovenni che si radunano il sabato sera per vedere Il Re Leone e commuoversi ogni volta – e ci lasciammo travolgere dal computer.

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La premessa è d’obbligo per capire quanta malinconica tenerezza travolge noi del ’91 di fronte al terzo capitolo di Toy Story. I tempi sono cambiati, le ferite dell’adolescenza si stanno rimarginando perché bisogna pur andare avanti nel romanzo, siamo cresciuti. Eppure di fronte ad un film del genere tutto torna, il presente si riconcilia con il passato in previsione del futuro (i bei ricordi servono a mettere un’ipoteca sulla felicità del futuro) e nulla può intaccare l’atmosfera nostalgicamente meravigliosa in cui cadiamo con delicata gentilezza. Perché?

Perché noi altri (molti di noi almeno) abbiamo scelto di andare via, abbiamo cambiato città, casa, vita, abbiamo dovuto riporre il passato nella stanza dei ricordi. Come Andy, che ha due anni in meno di noi ma il medesimo bagaglio emotivo, ci siamo ritrovati di fronte alla necessità di mettere in ordine il passato.

Quei giocattoli sono ricordi, gioie, esperienze. Potrebbero essere anche vestiti, libri o altre cose con cui abbiamo trascorso momenti lieti. Probabilmente è un ragionamento stupido, ma sarebbe interessante capire la logica dell’abbandono degli essere inanimati che ti hanno in qualche modo arricchito l’animo (e l’anima).

Proprio il trauma dell’abbandono e della sostituzione sta al centro del film, molto più duro di quanto possa sembrare, e non solo con i giocattoli vecchi tolti dalla cassapanca e finiti poi nell’asilo degli orrori, ma anche con il grande capo dell’asilo, Lotso, orso coccoloso all’apparenza ma crudelissimo (perché ferito, ma anche ottuso, come solo i dolori sanno essere) in realtà.

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Si potrebbe ciarlare all’infinito sulla struttura cinematografica che omaggia La grande fuga e simili e sulle implicazioni metaforiche, nonché sull’infallibile e pressoché perfetto reparto tecnico (Pixar è ormai scandalosamente inappuntabile). Ma sarebbero cose dette e stradette. A me basta la sequenza finale con il commiato al mondo dei giocattoli per piangere (ed identificarmi), e altro non mi serve per conservarlo nel cuore.

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