Post mortem | Recensione

POST MORTEM (Cile, 2010) di Pablo Larraín, con Alfredo Castro, Antonia Zegers, Amparo Noguera. Drammatico. ****

Salvador Allende, martoriato, ucciso a sangue freddo, con la testa distrutta, pronto per essere sottoposto ad autopsia per accertare che si è suicidato. Suicidato. È questa la scena che più fa male in un film che interamente fa male come Post mortem.

Risultati immagini per post mortem filmUn film doloroso, si direbbe, nel suo rigore essenziale che è cifra esistenziale e persino estetica: cos’è quella grana che inonda la pellicola, quel senso di sporco, precario, labile, tormentato se non un grido strozzato di qualcuno che si ritrova in una condizione di smarrita sofferenza? Ma andiamo con ordine: il film vive della presenza di un morto vivente, Mario, che campa scrivendo le autopsie che gli detta il suo superiore sanitario. Crede di innamorarsi, forse per cercare un’alternativa al suo cimitero emotivo; ma la guerra civile incombe, e tutto seppellirà.

Essenziale, s’è detto, nei suoi pianisequenza di insostenibile provvisorietà in cui si cerca una via di fuga al male di (dover) esistere, nel suo indugiare sul nulla che si fa verbo con la tensione del sospetto, nella ricerca di un qualcosa che non sia necessariamente il senso, ma almeno la sua spiegazione.

Un film di volti scavati, inquieti, tumefatti, e di corpi devastati dal dolore – come ricorre questa parola, che si esprime attraverso il silenzio degli innocenti (che finiscono per trasformarsi in colpevoli quando si rendono conto che non c’è fine al peggio) – architettato in maniera ineccepibile, severa, violenta.

I difetti passano in secondo piano, e poco importa se la prima parte soffre di qualche lentezza di troppo. Autopsia di una nazione morente che si avvia verso l’inferno di Pinochet, Post mortem racchiude l’essenza del suo apologo nella terribile scena finale, quanto di più privato il dolore può manifestare.

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