Potiche – La bella statuina | Recensione

POTICHE – LA BELLA STATUINA (Francia, 2010) di François Ozon, con Catherine Deneuve, Gérard Depardieu, Fabrice Luchini, Karin Viard, Jérémie Renier, Judith Godrèche, Sergi López. Commedia. **

Più che un film, Potiche è monumento a Madame Catherine Deneuve, vera e propria icona neoclassica e romantica, rock e pop, novelle vague e cinema di papà. Come già detto da altri, Deneuve rappresenta tutto ciò che è stata la Francia negli ultimi cinquant’anni. E non è un caso che questo omaggio imbastito dallo scaltro François Ozon ci sia molto del vissuto cinematografico dell’attrice più emblematica di Francia.

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Ci sono gli ombrelli de Les parapluies de Cherbourg di Jacques Demy (al cui stile il film si ricollega idealmente) e i ricordi de L’ultimo metrò, i segreti della Bella di giorno e l’essere selvaggio (represso, molto represso) de La mia droga si chiama Julie. Ozon conosce il cinema e il suo arcano, e ha pure studiato il cinema francese degli anni settanta per mettere su questa commedia di chiara matrice teatrale (alla base c’è una fortuna commedia d’oltralpe), vero e proprio omaggio alla sua matronale interprete, che si muove in un’atmosfera sgargiante e pimpante, colorata e a tratti perfino fiabesca.

Fuori tempo? Probabile, ma non è questo il punto. Immerso nel suo cine décor sin dal titolo (la pertinente traduzione italiana del sottotitolo rende comunque giustizia al “grosso vaso decorativo” originale), Potiche vive della sua estetica estenuante e del suo autocompiacimento armonioso (le tinte unite vivaci delle pareti, l’incontaminatezza del verde, i fiori, gli abiti adorabilmente vintage, le pettinature ricoperte assurdamente di lacca).

La storia mette insieme rivoluzione operaia, crisi borghese, femminismo, famiglie allo sfascio in un’ottica prettamente sociale, nell’epoca in cui, come dice il comunista Depardieu «tutto è politica», e si concede perfino incursioni nei territori del musical (Deneuve che cinguetta una canzone ascoltata alla radio e canta a squarciagola da gran diva nel finale populista – con un opportuno inserimento di canzoni d’amore, banali come tutte le storie d’amore, direbbe Truffaut) con strizzate d’occhio ai vecchi film d’amore (i flashback romantici). Bello, indubbiamente, piacevole a vedersi. Eppure?

Eppure qualcosa non funziona, specialmente in sede di sceneggiatura, infarcita di qualche banalità di troppo (imperdonabile il discorso finale, che fa perdere mille punti alla protagonista, trasformatasi in una donna massmediatica in preda al culto della propria personalità) e di una eccessiva programmaticità nella seconda parte, il cui messaggio resta in superficie senza mai andare in profondità.

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Non basta il mestiere di Ozon e la bravura degli attori (grande Fabrice Luchini in un ruolo squallidamente ridicolo) per far spiccare definitivamente il volo a questa commedia rosa elegante ma fredda. Però molte cose vanno a segno: da urlo il primo incontro dopo tanti anni di Catherine e Gerard e la loro capatina al Badabum, sorta di night club, che si conclude con una delle scene più adorabilmente struggenti della stagione. Da quando hanno preso L’ultimo metrò sono rimasti nel nostro cuore.

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