Noi credevamo | Recensione

NOI CREDEVAMO (Italia, 2010) di Mario Martone, con Luigi Lo Cascio, Valerio Binasco, Francesca Inaudi, Luigi Pisani, Andrea Bosca, Edoardo Natoli, Guido Caprino, Renato Carpentieri, Andrea Renzi, Michele Riondino, Peppino Mazzotta, Franco Ravera, Stefano Cassetti, Ivan Franek, Roberto De Francesco, Toni Servillo, Luca Barbareschi, Fiona Shaw, Luca Zingaretti, Anna Bonaiuto. Storico drammatico. *****

Tornato al cinema dopo alcuni anni di latitanza – dedicati al teatro, naturalmente – Mario Martone non poteva individuare collocazione storica migliore per presentare uno dei film italiani più epici di sempre. Noi credevamo, disilluso sin dal titolo, è ispirato al romanzo omonimo di Anna Benti – caduto nel dimenticatoio per decenni – ed è il grande racconto, rapsodico ed antiretorico, della nascita malata di una Nazione, l’Italia stuprata e ferita dal brigantaggio istituzionale e dal terrorismo politico.

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Costruito in quattro capitoli che sono al contempo diramazione della storia centrale, storie nelle storie e Storia ufficiale riveduta e corretta, questo affresco soprattutto generazionale si articola in fasi ben distinte: illusione del bene assoluto (Le scelte), scontro dialettico e fallimento insurrezionale (Domenico), viltà dell’opportunismo (Angelo) ed impossibilità della resa dei conti (L’alba della nazione).

Avvolto in un’atmosfera di consapevole e radicato pessimismo cosmico, Noi credevamo è un poema romantico che riflette sul tema fondamentale dell’identità nazionale attraverso i vissuti più privati che pubblici di personaggi emblematici, scritti in punta di penna da Martone assieme a Giancarlo De Cataldo, contaminando la Realtà storica con la materia romanzesca, servendosi in qualche modo della lezione manzoniana.

Ed ecco che l’immaginario nobile terriero del Cilento Domenico (nel primo capitolo è il bravo Edoardo Natoli) conversa in carcere con Carlo Poerio (il sapiente Renato Carpentieri), colui che rifiutò un ministero da Cavour, e Sigismondo di Castromediano (l’asciutto Andrea Renzi), che rifiutò di vendersi ai Borbone; l’aristocratico Angelo (in giovinezza interpretato dall’impulsivo Andrea Bosca) prima intrattiene una relazione sessuale con la fiera unitaria Cristina di Belgiojoso (prima Francesca Inaudi alla sua miglior prova fino ad oggi; congedo affidato alla puntuale Anna Bonaiuto, che imprime quasi un tono melodrammatico) al fine di ottenere da lei finanziamenti, e poi, decaduto, entra in contatto con Francesco Crispi (l’ambiguo Luca Zingaretti) e muore assieme al patriota Felice Orsini (un fascinoso Guido Caprino); e il popolano Salvatore (il buon Luigi Pisani), vero e proprio deus ex machina dei tre capitoli che seguono la sua uccisione, che si reca nel covo di Giuseppe Mazzini per prendere il pugnale con cui Antonio Gallenga (nella sua versione matura lascia il segno Luca Barbareschi) si è offerto di giustiziare il re Carlo Alberto.

In questa commistione di vero e verosimile, reale ed inventato, emerge in pieno il ritratto di un fallimento intellettuale – ossia quello del popolo mazziniano, carbonaro e repubblicano, che è dovuto scendere a compromessi per non subire altre sconfitte massacranti – che ha come suo leader tormentato e depresso in Mazzini (a cui Toni Servillo conferisce una certa dimensione di tragico rigore patetico, sovvertendo totalmente la classica iconografia dell’uomo della Giovine Italia), descritto come un calcolatore che non sa fare calcoli, più infelice che misterioso, che si fa di oppio per lenire le sofferenze del fallimento e cerca di racimolare soldi ovunque pur dir realizzare i propri propositi rivoluzionari (la sua collaboratrice principale, impersonata da Fiona Shaw, si lamenta del fatto che non ha i soldi nemmeno per comprarsi i sigari).

Parlando sempre di mazziniani, minoranza rumorosa ed inconcludente, sarebbe interessante far capire come siano percepiti dalla maggior parte dei personaggi del film, che sostanzialmente rappresentano varie anime di quella che sarebbe poi diventata l’Italia. La prima a diffidare dei mazziniani è Cristina di Belgiojoso («nessuno seguirebbe Mazzini»), perché ha un’idea meno estremistica del fare-nazione («l’educazione del popolo richiede tempo»), nonostante vada a letto con un mazziniano – che amerà per sempre in silenzio – e in un primo tempo ne finanzi l’attività.

Poi c’è la serpe in seno, Crispi, collaboratore di Mazzini ma in realtà rivolto verso un progetto ben più ambizioso e meno democratico (solo accennati in una scena i rapporti che comincia a tessere con la mafia siciliana); per non parlare di molti carcerati, che dubitano dei seguaci della Giovine Italia e cercano compromessi per risolvere la propria situazione.

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E sarà un ex mazziniano a rivestire il ruolo più negativo della storia, Angelo, simmetricamente corrisposto a quello positivo, quel Domenico che accompagnerà il racconto verso la più amara delle conclusioni. Angelo è il finto voltagabbana («non vedo nulla di male nel cambiare idea» dice Antonio Gallenga ad Angelo, divenuto giornalista; «anch’io odio Mazzini»), il vigliacco trasformista, il calcolatore codardo che la violenza di un delitto ha reso un uomo marcio: nel capitolo a lui dedicato, il terzo, è un quasi cinquantenne crepuscolare che porta sul volto i segni di un tempo implacabile, alla ricerca di qualcosa che lo renda un eroe, un giusto.

«Eravamo tutti ragazzi e siamo diventati assassini: non c’è nessun paradiso da conquistare» ammette nel suo nervosismo inquieto ed inquietante, manifestando il proprio devastante crollo delle illusioni. A dargli vita c’è un Valerio Binasco indimenticabile che ha almeno due momenti memorabili: il discorso sulla verità in tribunale e l’incontro con il cappellano in carcere.

Contraltare positivo, come si è già detto, è il Domenico del perfetto Luigi Lo Cascio, troppo idealista per essere un vincente, troppo aristocratico di pensiero e di estrazione per comprendere le vere ragioni del popolo senza essere travolto dall’ideale romantico, che attraversa l’intero film passando dalla pacata esercitazione al sogno rivoluzionario della giovinezza alla constatazione della morte dell’utopia della maturità, mettendoci in mezzo l’esperienza del carcere duro (vissuto assieme ad intellettuali e gente del popolo).

Se nel secondo frammento si mette in luce più che altro il tentativo di costruire un futuro («noi riusciamo perfino a pensare al futuro») in opposizione al regime reazionario borbonico (impersonato da quel militare che urla e comanda, dice di aver mangiato «tabacco, joco, vino e bestemmia» e di considerare il «leggere» del «tempo perduto»), sostenuto da un confronto dialettico e talora anche fisico, è nel quarto episodio, ambientato sull’Aspromonte, che s’innalza lo spirito avventuroso del film, certamente declinato su toni malinconici ed aspri, con i sanguinari scontri tra garibaldini e borbonici, esprimendo poi nel finale il risvolto sempre più disincantato, deluso ed abbattuto di Domenico, sia con l’amaro ritorno nel natio Cilento che con lo spiazzante monologo finale, culminante con il sogno di uccidere Crispi, esponente esemplare dell’impossibilità di un Paese davvero unito e fraterno.

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Film polifonico, essenziale (budget relativamente ridottissimo per un’opera del genere) più complesso di quanto si voglia far credere (non è né uno sceneggiato di nobile fattura né una celebrazione per il 150 anni dell’Unità d’Italia), Noi credevamo parte dal basso evitando l’effetto libro di scuola (Garibaldi si vede solo in lontananza, Cavour non c’è, così come non ci sono gli eventi per così dire “positivi”, con una maggiora attenzione a ciò che riguarda i perdenti) è suggestivamente – e non so fino a che punto volontariamente – costruito a scatole cinesi, evitando accuratamente l’accumulo, che contiene sin dal titolo una dichiarazione d’intenti antinostalgica, antiretorica e antisontuosa, che analizza le verità sommerse con un’ottica tutt’altro che scontata, in modo talmente secco e privo di fronzoli da risultare di una dimensione più europea (si parla in italiano, francese, inglese, vari dialetti) che prettamente italiana.

Così come la sua dimensione romantica, che si può ravvedere persino in una scena con Felice Orsini sul mare, trasversalmente accostabile al Viandante sul mare di nebbia di Friedrich. Le musiche di Verdi, Rossini e Bellini sottolineano il tono lirico (l’opera lirica è genere popolare) di questa grande storia di traditori che ogni italiano dovrebbe vedere. Che poi, tra l’altro: Noi credevamo si occupa soprattutto di tradimenti, che sono soprattutto materia sentimentale.

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