Il discorso del re | Recensione

IL DISCORSO DEL RE (THE KING’S SPEECH, G.B., 2010) di Tom Hooper, con Colin Firth, Geoffrey Rush, Helena Bonham Carter, Guy Pearce, Timothy Spall, Michael Gambon, Derek Jacobi, Claire Bloom, Anthony Edwards. Biografico drammatico. *** ½

Il finale di un film del genere si può svelare, anche perché appartiene alla Storia e il titolo lascia poco spazio alla fantasia. Ciò che intriga è la reazione al discorso del re: nonostante il sovrano abbia appena dichiarato l’entrata in guerra della nazione, i suoi congiunti (moglie, figlie, ciambellano, primo ministro e via dicendo) si congratulano con lui gioiosi e lieti. Certo, poi la realtà prende il sopravvento e gli sguardi dei protagonisti presagiscono tempi più che duri.

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Ma perché questa reazione? Perché il re ha superato il suo disagio principale, è riuscito a lottare degnamente (la sconfitta è ancora lontana, ma siamo sulla buona strada che è tutta in discesa) contro la sua balbuzie, difetto che rischiava di metterlo in ridicolo con i suoi sudditi: ora il Paese può contare sulla figura anche estetica di un capo orgoglioso, fiero e forte, confortato poi da quella vecchia volpe di Winston Churchill che gli confida un suo segreto di famiglia che lo rende più umano (perfino lui).

Il re in questione è il tormentato Giorgio VI, successore del libertino fratello Edoardo VIII che aveva abdicato per sposare Wallis Simpson (e proprio Edoardo è quello che ci esce peggio dalla storia), padre di Sua Eternità Elisabetta II, ed è un personaggio di cui non si stenta a capire l’apprezzamento oltreoceano: Il discorso del re ha successo negli Stati Uniti perché è la storia di un uomo a suo modo disabile che percorre un proprio processo di guarigione raggiungendo infine l’obiettivo preposto.

Naturalmente, il film è molto altro: è il ritratto di un uomo solo di fronte al proprio destino; di un uomo convinto di avere in mano le sorti del proprio popolo per potere divino e che si onvince di non esservi all’altezza; di un uomo che ambisce ad essere un uomo comune ma sa perfettamente di non poterlo essere per ragioni ovvie.

A suo modo è anche un racconto di formazione di un uomo che ha vissuto nel proprio piccolo mondo ovattato e si scontra con la vita vera, incarnata da una specie di logopedista australiano, Lionel Logue, un brillante e frizzante attore mancato che recita Shakespeare per passione (programmatica la citazione del Riccardo III nelle prime scene del film) e si propone di aiutare più l’uomo Bertie (uno dei nomi del re è Alberto) che il reale interessato a leggere i discorsi senza esitazioni. Lionel, come pretende di farsi chiamare per instaurare il rapporto paritario («Castello mio, regole mie»), vede al di là del problema impellente e si mette in testa di costruire colui che diventerà il riferimento morale della nazione.

Non è un caso che, a fine film, Lionel smetta di chiamare il re col nomignolo con cui l’ha sempre chiamato per passare al più formale Altezza: poiché Bertie è guarito e non è più un paziente (paziente?), ora è un suo suddito devoto ed affettuoso.

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Tom Hooper, con la discreta eleganza che solo certi registi inglesi sanno imprimere alle proprie opere (il motivo mi sarà sempre oscuro), mette su un film lodevole che gioca di sottrazione (tra l’altro covato per molto tempo e pronto da almeno una decina d’anni, se l’adorabile Regina Madre non avesse chiesto che fosse realizzato solo alla sua morte perché parlare del marito le provocava ancora troppo dolore), mischiando il sapido humour britannico (specie del terapeuta, ma qualche frecciatina la lancia anche Ser) con la tensione drammatica che traspare dal conflitto interiore del protagonista, potendo contare su una perfetta sceneggiatura in cui ogni cosa sta al suo posto nella maniera più limpida possibile.

Pur sfavorito dal doppiaggio limitante (lo si veda in edizione originale, dove si può), il cast di attori è magnifico, compresi i comprimari di lusso come il tetro Derek Jacobi (l’arcivescovo di Canterbury), il senile Michael Gambon (Giorgio V), il simpatico Timothy Spall (un bonario Churchill) e il viscido Guy Pearce (Edoardo VIII) ed, ovviamente, il trio protagonista: Helena Bonham Carter è deliziosa nel bellissimo ruolo della mogliettina; uno splendido Geoffrey Rush miracoloso nel disegno sottile ed aguzzo del suo eccentrico Lionel; e Colin Firth è semplicemente meraviglioso.

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