Non lasciarmi | Recensione

NON LASCIARMI (NEVER LET ME GO, G.B.-U.S.A., 2010) di Mark Romanek, con Carrey Mulligan, Andrew Garfield, Keira Knightley, Sally Hawkins, Charlotte Rampling, Andrea Riseborough, Domhnall Gleeson. Mélo fantascienza. ****

Un film può essere tante cose. Non lasciarmi è naturalmente un mèlo, inconsciamente un horror, romanticamente un dramma, oniricamente fantascienza. Tuttavia, quando un film si pone oltre (in tutti i sensi) non si può perdere tempo ad inserirlo in una categoria. Chi parla di cinema spesso usa un’espressione oramai fin troppo abusata, pure stucchevole: thriller dell’anima, ossia quel tipo di film, minaccioso e denso di suspense, che riguarda quella parte di noi stessi su cui la filosofia indaga dalla notte dei tempi, senza trovare risposte chiare. Probabilmente molti etichetteranno questo film come tale, ma è qualcosa di più.

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È un film sull’anima, ma non è una cosa banale: il fuoco che arde nel suo cuore è una disperata attestazione di una vita possibile, di un esistere totale, di un’anima che c’è, appunto. I tre protagonisti della storia portano con sé proprio il bisogno di accettarsi come uomini e donne normali (quali praticamente sono, ma teoricamente non possono – non devono – essere) e non solo come strumenti, come involucri di organi da donare.

Non si parla mai di vita, ma di cicli; non si parla mai di morte, ma di fine del ciclo. Il percorso verso il termine è il completamento. È come se Kathy, Tommy e Ruth – a cui non è stato nemmeno concesso un cognome, quasi fossero delle pedine senza identità – non sappiano cosa siano vita e morte, perché non sono stati educati al provvisorio: essi sono definitivi, non devono fare altro che condurre in prima persona (ma in realtà resteranno sempre e per sempre dei complementi oggetto) ciò che altri hanno predisposto per loro.

Tutti e tre (che sono personaggi emblematici di una comunità che non ha mai conosciuto il diritto alla ribellione, quasi come se fosse nata con il seme della rassegnazione già germogliato largamente) vivono (o in quella specie di azione di cui non trovo il verbo) una serie di traumi rimossi ed esplicati, consapevoli e non: sono innanzitutto prigionieri (i confini del collegio-centrale-laboratorio in cui crescono sono invalicabili), in secondo luogo persone di seconda mano (seppure con organismi impeccabili; terribile la sequenza in cui ricevono i regali: una marea di giocattoli rotti o rovinati) e infine consci di essere orfani (di genitori, del collegio, della vita: totalmente soli ed abbandonati a loro stessi in attesa del completamento).

La cosa atroce che rende tutto ancora più complesso è che mentre noi spettatori comprendiamo perfettamente l’assurda crudeltà del sistema (e a nulla ci servono le spiegazioni dell’arcigna ed immortale direttrice), i tre protagonisti non vengono sfiorati dall’idea che questo tutto da cui non possono uscire non ha senso.

Never-Let-Me-Go

 

C’è disperazione, sì, ma forse più speranza, come se si volesse aggiungere vita ai giorni piuttosto che giorni alla vita. Ma quale vita? Una vita di cui conosci già il finale, in cui sei condannato a non poter nemmeno soffrire perché non sai che vuol dire? È ovvio che soffrano o che amino, ma nel meccanismo dei loro corpi non è previsto il piacere. Non lasciarmi potrebbe essere uno degli scatti impetuosi di Tommy, che da piccolo non riusciva a controllare la rabbia intima; o una lacrima che sgorga malinconica dagli occhi rassegnati di Kathy; o la triste pretesa di Ruth che non ha più voglia di non-essere. Forse è il film più straziante e necessario degli ultimi anni.

 

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