My Fair Lady | George Cukor (1965)

Film così non ne fanno più. Per darne una prova concreta, prendete ad esempio la sequenza alla corsa dei cavalli. Un gruppo di nobili balla rigidamente affermando che andare all’ippodromo è l’apice del loro spasso. E fin qui niente di strano, stiamo in un musical ed è normale che gli interpreti si mettano a ballare e cantare così, d’improvviso. Ma lo sfondo? Lo sfondo non c’è, c’è una specie di cielo bianco, e la struttura dell’ippodromo è stilizzata, se non finta. Eppure funziona a meraviglia.

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My Fair Lady si muove sempre così, tra il reale e l’onirico, senza mai esagerare né nell’una né nell’altra parte, mantenendo un vivace equilibrio tale da riuscire a non imprimere mai pesantezza alle due ore e mezza di spettacolo visivo ed uditivo. È l’adattamento cinematografico della trasposizione musical-teatrale dell’opera Pigmalione che a sua volta si rifaceva ad Ovidio, e forse il suo asso nella manica sta proprio in questa solida struttura che ha alle spalle.

Ed è curioso, perché, ad essere pignoli, la storia avrebbe potuto abbracciare una durata assai minore, ma l’elegante, irresistibile e magnifica dilatazione del tempo, peculiare del musical classico, offre la possibilità di volteggiare tra personaggi e storie collaterali: abbiamo così l’opportunità di entrare in contatto con l’alcolizzato e scansafatiche padre della protagonista, nella cui oratoria il professore individua un’arte retorica notevole, oppure di analizzare le ipocrisie e il gusto per il pettegolezzo dell’aristocrazia inglese (le chiacchiere volate di orecchio in orecchio al party all’ambasciata).

Comunque sia, il film parla principalmente della scommessa che il misogino, distinto ed intrattabile professore di fonetica Henry Higgins fa con un amico (il mite e bonario colonnello Pickering) consistente nella trasformazione della sgarbata e volgare fioraia Eliza Doolittle in una gran dama. È la storia di un’educazione che è in realtà il tentativo egoistico di plasmare una persona secondo le proprie ambizioni, in questo caso l’esigenza di gestire un essere umano come meglio aggrada al dominatore.

Il dominatore è Higgins, un personaggio memorabile che Rex Harrison abita in maniera magistrale, un uomo represso sessualmente ma soprattutto emotivamente, convinto di poter andare avanti contando esclusivamente sulle proprie capacità di persuasione, sulla propria arroganza intellettuale e sul proprio egocentrismo compiaciuto.

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My Fair Lady è un doppio racconto di duplice formazione: da una parte c’è quella esteriore e vocale di Eliza, diretta da Higgins, e dall’altra c’è quella interiore e mentale dello stesso Higgins, a sua volta stimolato e diretto da Eliza. George Cukor conferisce alla storia un tono brillante che gli è congeniale e anche un certo gusto classicamente e raffinatamente pop e calibra con grazia le sezioni canore ed il resto, riuscendo nell’impresa di rendere le canzoni non un corredo sonoro ma una conseguenza logica e naturale.

E proprio camminando nella terra di mezzo tra realtà e fantasia, raggiunge una felice sintesi tra cinema classico e necessità produttive (c’è la Warner dietro), tra commedia romantica e musical, tra gusto inglese e sana internazionalità. Una specie di miracolo, in cui Audrey Hepburn, pur avendo scippato la parte a Julie Andrews, storica Eliza sul palcoscenico, e pur doppiata, è una gioia per gli occhi. Il film fece incetta di Oscar, ma lei non fu nemmeno nominata: vinse la Andrews negli immortali panni di Mary Poppins.

MY FAIR LADY (G.B.-U.S.A., 1965) di George Cukor, con Audrey Hepburn, Rex Harrison, Stanley Holloway, Wilfrid Hyde-White, Gladys Cooper, Jeremy Brett, Theodere Bikel. Musical commedia. ****

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