C’è chi dice no | Recensione

C’È CHI DICE NO (Italia, 2011) di Giambattista Avellino, con Luca Argentero, Paola Cortellesi, Paolo Ruffini, Giorgio Albertazzi, Marco Bocci, Myriam Catania, Roberto Citran, Chiara Francini, Isabelle Adriani, Massimo De Lorenzo. Commedia. **

C’è un grave problema in questo film. Sì, si dirà, finalmente parliamo di raccomandati, di questa terribile piaga tutta italiana, e via dicendo. Ma a che pubblico si rivolge C’è chi dice di no? Voglio dire, è ovvio che a farci una brutta figura sono i Pino Conca, i professori Fenaroli, i presidi De Fornaris, i dottori Crocetta e via discorrendo. E che gli eroi buoni sono i Samuele, i Max, le Irma. Si rivolge ai primi vittoriosi o ai secondi sconfitti (e falliti)? Ma alla fine chi vince? I buoni non vincono mai, e siamo d’accordo.

Ma perché, se proprio non si vuole far vincere i buoni, non si ha il coraggio della cattiveria? Perché una volta arrestati e condannati viene concessa loro una specie di triste serenità? Ciò che lascia perplessi è proprio questa mancanza di coraggio, questo presentarsi come un leone (fare stalking ai raccomandati) per poi emettere il verso di un gattino. Più che l’apologo che avrebbe voluto essere, è una storia sui mezzi che giustificano il fine.

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Fabio Bonifacci (che, come ho già detto altre volte, è una delle penne più piacevoli attualmente) parte a razzo, recupera qualcosa dello spirito degli scherzi di Amici miei (e dopotutto siamo a Firenze), per qualche momento s’improvvisa pure film civile e militante (soprattutto grazie al tremendo e corrottissimo personaggio disegnato dal colossale Giorgio Albertazzi)… e poi? E poi gli manca trenta per fare trentuno, sceglie la via più democraticamente sciapita e non riesce a spiccare il volo.

Cosa resta? Resta una bella idea non sempre ben sviluppata (ma comunque un’idea bella resta tale), qualche spunto interessante (il discorso sulla meritocrazia fasulla, l’idiozia del personaggio di Marco Bocci, la struggente immagine di Sara Valli, cervello della giurisprudenza costretta a vendere salsicce), Albertazzi, Paolo Ruffini e una canzone sui titoli di coda che merita più di un ascolto (sono i grandi Baustelle). Amarissimo ma anche buonista, ambizioso ma forse solo carino. La prossima volta che vedo un riferimento-omaggio-celebrazione degli anni ottanta in una commedia italiana, mi alzo e me ne vado a priori.

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