Il primo incarico | Recensione

IL PRIMO INCARICO (Italia, 2011) di Giorgia Cecere, con Isabella Ragonese, Francesco Chiarello, Alberto Boll, Miriana Protopapa, Rita Schirinzi. Drammatico. ***

La cosa che immediatamente salta all’occhio, e forse anche quella più bella, è l’estrema dignità che contraddistingue il bell’esordio di Giorgia Cecere. Proprio dignità, o almeno quell’insieme di sensazioni in cui si incontrano l’umiltà, l’onestà, il rigore. Con alcuni difetti e tutti i pregi delle opere prime, il primo film della Cecere scorre via con una leggerezza che è anche severità, inserito in terre brulle ed incorrotte che odorano di cucina povera e di capre che girano per casa, illuminato dalla luce calda del sud più antiretorico possibile e al contempo fotografato nei momenti più cupi di pioggia aspra.

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Puglia fuori dall’immaginario collettivo contaminato da certa (troppa) Puglia vista negli ultimi tempi, colta in un momento di transizione sociale (immediato dopoguerra, e lo si potrebbe capire anche dalla mancanza del padre della protagonista: disperso o morto in guerra?), nella sostanziale imperturbabilità della ripetizione tradizionale dei propri riti consueti (le galline come fonte di sostentamento, il pane cotto in comunità, le orecchiette, la bicicletta, la posta che arriva ogni tanto) e nell’incapacità di poter essere un’altra cosa (rappresentata da Giovanni, contadino tuttofare che non può che essere un marito-padrone), filtrata attraverso un’aula scolastica che oggi sarebbe da terzo mondo, in cui s’impara a studiare perché ad imparare a vivere ci pensa la vita.

Una certa responsabilità alla caratteristica impressionistica che avvolge delicatamente il film va sicuramente ascritta all’artista giapponese Yang Li Xiang, collaboratore in sede di sceneggiatura, ma ancora più evidente e pregnante è lo sguardo femminile della Cecere, capace di entrare nell’intimità dello sguardo di Nena, nelle cose non dette, nelle delusioni e nelle conseguenze del suo amore, nella volontà di annullarsi e di scomparire (esemplare è la scena in cui la maestra si lascia cadere in un pozzo), nella necessità di poter ancora credere in qualcosa di straordinario.

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Così diretta con elegante calore, la fulgida Isabella Ragonese, capitana di un gruppo di non professionisti dalle facce perfette che hanno una vita segnata sul viso, gioca di sottrazione e mette a segno l’interpretazione migliore della sua carriera fino ad oggi. A suo modo è anche un racconto di formazione, sottolineato dall’incontro con un mondo diverso e con un’esistenza diversa, vissuto dagli occhi di Nena, così fiduciosi nonostante il disincanto. Non sembra nemmeno un film italiano, forse non sembra nemmeno un film di questo tempo.

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