Nel nome del padre (nuova edizione) | Recensione

Il cinema di Marco Bellocchio, col passare degli anni, si è caricato di movimento. È un cinema di movimenti soprattutto fisici, esplicitati da uno stile anarchicamente rigoroso nella sua rapidità ellittica.

Se nella prima parte della sua complessa quanto esaltante esperienza artistica, l’uomo di Bobbio privilegia il movimento interiore, che sia esso esplicato da un punto di vista prettamente politico o da un’ottica sociologicamente intima, nella fase successiva (quella contemporanea) pone l’attenzione ulteriormente sul corpo e al contempo sul movimento cinematografico più dinamico. Appartengono a questa fase film come Diavolo in corpo (sorta di spartiacque) e Vincere (opera totale, compiuta, capitale), tanto per essere più concreti.

La nuova edizione del suo terzo film batte proprio questa strada: non esita, il buon Marco (che col tempo si è riconciliato con se stesso e con il suo posto nel mondo), a definire l’edizione ufficiale uscita nel 1972 noiosa ed irrisolta in alcuni passaggi, che rispondevano alle esigenze di un giovane intellettuale di sinistra appena disintossicatosi dalla militanza maoista e bisognoso di drogarsi di arte.

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Nel nome del padre, oggi, assume un valore fondamentale nel percorso più recente del regista, perché risponde alle esigenze di un maturo signore bisognoso di un cinema se non riconciliato (è impossibile attribuire ad un film del genere un aggettivo di questo tipo) almeno lineare, libero.

Non è un caso che accomuni l’opera a Jean Vigo più che a Bertolt Brecht, nume tutelare degli engage sessantottini o giù di lì: il film è innanzitutto il racconto di un anno scolastico all’interno di un claustrofobico ed anacronistico collegio di gesuiti, vissuto pericolosamente dal momento in cui arriva il fascinoso e perverso Angelo, benestante con idee dominate dal potere e dalla ricerca del comando.

Dimentica che lì dentro lui deve solo obbedire alle regole imposte dall’istituzione clericale, impersonate da un vice rettore duro quanto frustrato a forza di punire i figli di papà. Ciò non gli impedisce di governare la rivolta dei sottomessi dell’istituto, che siano essi collegiali o servi, peraltro questi ultimi matti da slegare e trattati come cani.

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A colpi serrati di metafora (siamo nel 1958, ma lo sguardo è rivolto a dieci anni dopo; il collegio è una rappresentazione delle istituzioni da abbattere; la morte di Papa Pacelli segna la fine di un’era dominata da un cattolicesimo intransigente e terrorizzante e di conseguenza anche la rivolta dentro il collegio), Bellocchio ha anche il primario obiettivo di mettere in scena un’allegoria severa in cui i preti o vivono in una dimensione subalterna che vorrebbe essere superiore alla realtà (il fratello matematico che dorme dentro una bara – il cui corpo non fa esattamente una gran fine) o sono bigotti e repressi (il vecchio fratello che rassicura i bambini sull’esistenza dell’anima e spiega agli adolescenti i de­leteri effetti della masturbazione) o sono troppo rigidi per essere furenti con il mondo (il vice rettore, talvolta deluso e talvolta feroce, finemente disegnato da Renato Scarpa); in cui i matti ritraggono la funzione di un sottoproletariato incapace di lottare da sé e per sé; e in cui i collegiali sono la borghesia che si ribella a se stessa senza avere il reale coraggio di arrivare fino in fondo (Aldo Sassi spara cinque colpi di pistola contro l’invadente e nevrastenica madre Laura Betti – tre minuti memorabili – senza mai colpirla), fin troppo trascinati dagli impeti delle ideologie vaghe e poco identificabili e soltanto aventi la necessità di uno sputo di libertà.

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Asciutto ed essenziale, attraversato dalle incessanti musiche di Nicola Piovani e ricco di contributi che gli danno l’acqua della vita (Franco Arcalli al montaggio, Amedeo Fago alle scenografie, Franco Di Giacomo alla fotografia), questa storia incentrata sul sacro e sul potere, sull’odio e sul male, sul passato che non può essere futuro, si affida ad una serie di sequenze che si imprimono nella mente per audacia e temerarietà, dalla lunga allegoria interna all’allegoria generale della recita splatter e moraleggiante (film nel film con valore metaforico interno) alla scandalosa quanto lirica umanizzazione della Madonna che prende vita per aiutare un collegiale intento a masturbarsi fino alla rivolta dei campanelli suonati in simultanea e il ballo tra i matti e le suore. Importante e polifonico, denso e difficile, giustamente rimaneggiato secondo il sentire del Bellocchio di oggi, è un film bellissimo e raro per coraggio ed originalità.

NEL NOME DEL PADRE (Italia, 1972; nuova edizione: 2011) di Marco Bellocchio, con Yves Beneyotn, Renato Scarpa, Aldo Sossi, Laura Betti, Lou Castel, Pietro Vida. Drammatico. *** ½

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