La pelle che abito | Recensione

LA PELLE CHE ABITO (LA PIEL QUE HABITO, Spagna, 2011) di Pedro Almodóvar, con Antonio Banderas, Elena Anaya, Marisa Paredes, Jan Cornet, Roberto Álamo, Eduard Fernández, Blanca Suárez. Mélo thriller. ** ½

Partendo dal presupposto che non siamo di fronte al miglior film di Almodóvar, bisogna considerare una serie di motivi che rendono La pelle che abito da una parte interessante e dall’altra poco riuscito.

All’origine c’è un romanzo, Tarantola, ma poco importa, perché si sa come Don Pedro mischi le carte in maniera tale da non far capire più nulla allo spettatore, anche avendo come base un medium altrui non partorito dalla sua sensibilità: al centro del film (ma sarebbe più corretto dire dell’opera omnia del regista spagnolo più rappresentativo degli ultimi trent’anni) c’è un’ossessione (in questo caso un bisogno di vendetta che si unisce ad un desiderio scientifico, nella fattispecie la ricerca di una pelle resistente a qualunque tipo di infezione e di dolore) che a sua volta si mescola con nostra signora dell’ambiguità (che Almodóvar ci ha insegnato a conoscere sin dagli esordi), generando un film che corre sul filo dell’ansia e dell’angoscia con una lentezza tanto precipitosa da sembrare anch’essa dettata dall’inquietudine come cifra indispensabile.

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Se poi consideriamo anche il fatto che Don Pedro è rimasto uno degli ultimi (forse al mondo, assieme a Todd Haynes, Wong Kar-wai e qualcun altro che ora non mi viene in mente) a credere ancora nel potere narrativo ed evocativo del mèlo, dobbiamo dare atto a La pelle che abito e al suo autore di rispondere a certe regole essenziali del genere (alcuni passaggi vagamente inverosimili ma funzionali, scelte cromatiche che rappresentano o fanno da contraltare gli stati d’animo degli abitanti delle sequenze, due o tre colpi di scena che non devono nemmeno lontanamente essere blandi ma dirompenti), anche se qualche cosa è fuori posto (eccessiva artificiosità nelle zone del finale) e qualche altra forse scontata (il personaggio della divina Marisa Paredes, che sta lì quasi a ricordare il passato e l’evoluzione di uno dei suoi registi di riferimento) – ma, si sa, il mélo dà ascolto alle regole del cuore e può permettersi il lusso di dimenticare la logica.

Arrivati qui potremmo anche fermarci e prendere atto del fatto che, nonostante abbia perso un po’ di smalto (eppure Gli abbracci spezzati, per quanto criticato e sbertucciato dai più, era un film profondamente imperfetto ma d’una potenza singolare), Almodóvar ha confezionato un prodotto dignitoso, forse un esercizio di stile, ma tutto sommato buono.

Il problema subentra nel momento in cui ci si rende conto di un fatto: Almodóvar è diventato grande, è inutile aspettarsi ancora l’esplosività di Donne sull’orlo di una crisi di nervi o la commozione di Tutto su mia madre, ma neppure la spregiudicatezza di opere meno celebrate come Lègami! o L’indiscreto fascino del peccato.

Da tempo (mettiamo il capolavoro Parla con lei come spartiacque) è diventato un classico, e Volver e Gli abbracci spezzati (non a caso due mèlo) avevano i perfetti canoni del classico moderno (cos’è un classico? Calvino direbbe che un classico avrà sempre qualcosa da dire, ed aveva ragione).

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Quest’ultimo film sente come l’intrinseco bisogno di attingere ad un mondo a cui Don Pedro forse non appartiene più (il Tigre che irrompe in casa ne è la paradigmatica rappresentazione, così come pure la cantante al matrimonio, la cui canzone non riesce ad avere il potere evocativo di altre volte, o il negozio di vestiti usati che per qualche istante sembra sconnesso col resto della storia e sembra una scenetta scartata dal primo periodo di Almodóvar), cercando al contempo di mantenere rapporti con il mondo a cui ora appartiene (non solo il matrimonio borghese, ma anche le mille citazioni classiche con cui infarcisce il film: non a caso la conturbante Elena Anaya viene ribattezzata Vera Cruz ed ha i connotati seducenti di una dark lady anni quaranta, e non a caso il personaggio tratteggiato da un sofferto e cinico Antonio Banderas sembra essere il protagonista di un noir anni quaranta), non riuscendo a costruire un equilibrio tale per poter essere credibile e spiazzante, spumeggiante e classico. La pelle che abito diventa così un esperimento estetico non esattamente riuscito, nevrotico più che nervoso, stanco più che straziante.

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