A Dangerous Method | Recensione

A DANGEROUS METHOD (Francia-G.B.-Canada-Germania-Svizzera, 2011) di David Cronenberg, con Keire Knightley, Michael Fassbender, Viggo Mortensen, Vincent Cassel. Biografico drammatico. ***

Di primo acchito, non sembrerebbe nemmeno un film di David Cronenberg. Qualcuno ha tirato in ballo l’idea che se fosse stato diretto da un regista europeo, il film sarebbe stato valutato in maniera più secca ed oggettiva. D’altronde, a parte alcuni elementi perfettamente riconducibili alla poetica dell’autore di Inseparabili e Spider, quest’ultima pellicola ha tutti i crismi di un robustissimo ed elegantissimo film che poco ha a che vedere con Cronenberg.

E probabilmente il problema di molti commentatori sta nell’incapacità di non concepire un film di Cronenberg che non scimmiotta-imita-cita Cronenberg (così come molti autori della sua generazione): un film di Cronenberg, ma non-cronenberghiano, almeno all’apparenza.

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Forse la verità, se davvero può esistere una verità incontestabile (e infatti non esiste), è che A Dangerous Method è un film inquietantemente tranquillo o tranquillamente inquietante, che dir si voglia, in cui il regista canadese si scontra con i fantasmi del suo cinema diretto e minaccioso, che si annidano tra librerie e lettere, dentro teiere e nella cenere dei sigari nella maniera più insospettabile e placida possibile.

Si potrebbe anche pensare ad un urgenza melodrammatica (come in M. Butterfly, forse il film più accostabile a questo negli intenti più che nelle atmosfere), che prima o poi subentra in tutti i registi, nonostante più volte ci si chieda, molto francamente, fino a che punto gli interessi la morbosa storia d’amore tra lo psicanalista Carl Gustav Jung e la sua paziente, poi anche lei psicanalista, Sabina Spielrein, personaggi in qualche modo entrati nel mito per levatura storica e vita romanzesca (il film ne sottolinea più che altro il secondo aspetto) e quindi anche abbastanza inflazionati (già Roberto Faenza aveva parlato di loro in Prendimi l’anima, ma, appunto, era Roberto Faenza).

Il vero interesse è Sigmund Freud, che sì non ha bisogno di alcuna presentazione, ma che qui viene disegnato nel modo in cui più o meno tutti noi poveri studentelli di filosofia a scuola l’abbiamo sempre considerato, ma che non ci siamo mai permessi di dire per non commettere il reato di lesa maestà: un grande innovatore ma anche l’apostolo principe di una specie di religione laica, l’indagatore della specie umana ma anche il perverso manipolatore della realtà.

Non è un caso che il film spicchi davvero il volo nella seconda parte (la prima risente di qualche didascalismo di troppo e di un certo calligrafismo non esattamente memorabile), quando la presenza-assenza del mentore si fa concreta, umana troppo umana, grande mediatore o terzo incomodo, doppiogiochista o soltanto sornione e cinico medico che gioca con le vite degli altri.

È la migliore interpretazione di Viggo Montersen (assieme alle altre due performance con il regista canadese), ormai feticcio di Cronenberg, alle prese con un ruolo che in origine sarebbe dovuto essere di Christoph Waltz: l’affronta con rispettosa ironia e appassionato distacco. L’esimio Christopher Hampton, l’autore della sceneggiatura, non si schiera da nessuna parte: troppo passionale e nevrotica (se non nevrastenica) Sabina; troppo ipocrita, fragile e all’occorrenza freddo Jung (per quanto estremamente umano, se non melodrammatico); troppo machiavellico Freud (per quanto stimolante).

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Le simpatie sono rivolte ad Otto Gross (un gigionissimo Vincent Cassel), che prima di essere nominato erede del dottor S. era soprattutto uno spirito libero: è lui a seminare il germe della libertà sessuale nel represso Jung ed è sempre lui l’unico personaggio ad avere un rapporto chiaro (sano?) col sesso (Sabina è quasi ninfomane; Jung ne diventa schiavo; Freud lo evita perché per lui è materia di lavoro – ma c’ha sei figli), vero motore della storia.

È una storia d’amore malato al calor bianco, freddissima e se vogliamo crudele (scena bellissima: Jung e Sabina allungati dentro la barca regalata al medico dalla devota e cornutissima moglie), ma anche una spietata resa dei conti fra maestro e allievo, prima così vicini e poi così orgogliosamente e maledettamente lontani: un mèlo, a modo suo, livido e raffinatissimo.

Michael Fassbender vola altissimo e qua e là rasenta il sublime; Keira Knightley recita con poco equilibrio: a volte è da applausi (l’incontro con la rivale in amore), altre è da mani nei capelli (l’inizio alla Linda Blair). «A volte devi commettere qualcosa di imperdonabile per continuare a vivere».

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