Drive | Recensione

DRIVE (U.S.A., 2011) di Nicolas Winding Refn, con Ryan Gosling, Carey Mulligan, Bryan Cranston, Albert Brooks, Oscar Isaac, Christina Hendricks, Ron Perlman. Noir. ****

Non dovremo sorprenderci quando, di qui a qualche anno, Drive sarà annoverato come un cult assoluto. Il film di Nicolas Winding Refn, premiato giustamente a Cannes per la miglior regia, ha tutte le caratteristiche per essere un’opera amata, celebrata ed ammirata dai cinefili. Brutta razza, i cinefili, capaci di amare follemente il film di una stagione e poi seminare nelle successive generazioni di cinefili lo stesso sentimento nei confronti di quel film.

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Perché Drive faccia parte di questa famiglia è quanto mai palese: è un action movie snob, un thriller tutt’altro che scontato, un film di genere che omaggia grandi artigiani della macchina da presa anche la serie B degli anni ottanta, un noir disperatamente romantico nell’ineluttabilità del suo destino.

Non parte benissimo, parte lento, con dialoghi messi lì quasi per sbaglio, vissuto dall’impassibilità del suo iconico protagonista. Che è Ryan Gosling, assolutamente splendido nell’incarnare quest’immagine stereotipata inconsueta ed atipica, uno stuntman senza passione che vive alla giornata e che di notte si trasforma in un criminale dall’acceleratore facile: con quella felpa argentata e con quel volto inespressivo eppure non indifferente, Gosling si inserisce nel mito, citando Clint Eastwood e Steve MacQueen restando sempre se stesso, il guidatore senza nome, l’antieroe metropolitano.

Poi, dopo mezz’ora, il film ha un colpo d’ali e diventa travolgente. Sgorga il sangue da ogni dove e in qualunque maniera (alcune efferatissime) per una ragione innanzitutto sentimentale: la violenza deriva da un sentimento e, per quanto discutibile, immediatamente ci schieriamo dalla sua parte. Non dobbiamo aspettare la fine per capire che il Driver è un altro uomo di seconda mano al crepuscolo della vita, e che il suo destino è ineluttabilmente segnato, come un Carlito Brigante qualunque.

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Il cinefilo scafato ci ritrova sicuramente Walter Hill, Michael Mann e un’altra manciata di registi (Tarantino no, prima che qualche sciagurato lo ficchi nel mucchio selvaggio: qui il sangue è oserei dire necessario, consequenziale), ma il gioco, lo sappiamo, è sfizioso quanto sterile: Drive è cinema di questo tempo, inesorabile e sommesso, dirompente e tristissimo.

La maestria del giovane Refn esplode nella parte finale ai limiti del capolavoro, con due sequenze memorabili: Gosling con la maschera che osserva la festa con Ron Perlman che ride (sulle note della rispolverata, struggente Oh My Love di Riz Ortolani cantata da Katyna Ranieri) al ralenty e la puntata al mare, di notte. A proposito, che colonna sonora!

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