Le idi di marzo | Recensione

LE IDI DI MARZO (THE IDES OF MARCH, U.S.A., 2011) di George Clooney, con Ryan Gosling, George Clooney, Philip Seymour Hoffman, Paul Giamatti, Evan Rachel Wood, Marisa Tomeu, Jeffrey Wright. Drammatico thriller. ****

Che il George Clooney regista sia un affezionato affiliato della setta dei nostalgici era chiaro da tempo, e non soltanto per il filologico utilizzo del bianco/nero di Good Night, and good luck o per il recupero della vecchia (vera) commedia hollywdiana di In amore niente regole. Che sia l’ultimo attore kennedyano è una cosa abbastanza evidente e forse per questo la sua figura attira: affascinante ma non bellissimo, idealista ma non estremista, classico ma non conservatore.

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Figlio della società dell’immagine quanto più di un contemporaneo di JFK, Clooney ha contaminato l’aurea del liberal progressista ma sotto sotto pronto al compromesso con quella del glamour elegante e scanzonato al contempo, prendendo il posto carismatico di Robert Redford e il posto edonistico di Warren Beatty, le cui rispettive qualità sono complementari e speculari, ma anche interscambiabili.

Non ho citato a caso questi due attori-registi della New Hollywood, che sono i due modelli principali di Clooney, che come attore sta dosando meglio la sua presenza sugli schermi con film mirati e non banali e come regista realizza ciò che più gli interessa con ostinata passione. Esattamente come Redford e Beatty alla stessa età di Clooney.

Le idi di Marzo nasce da quel mondo là ed è un film che trent’anni fa non avrebbe sfigurato (almeno sotto un profilo civile, poi sulle peculiarità artistiche torneremo dopo) accanto ai film diretti e/o interpretati da due attori di cui sopra, come Tutti gli uomini del presidente (il riferimento più ovvio) o Shampoo (che è una commedia, certo, ma molto più analitica e profonda di un qualunque altro film di denuncia). E nasce da un mondo in cui il disincanto ha preso il posto dell’illusione senza troppi problemi, forse ancor di più rispetto ai nixoniani e postvietanimiti anni settanta dominati dall’inquietudine dei reduci e dallo spaesamento di chi è rimasto in patria.

In qualche modo c’è un altro film di quel tempo a cui, per molti versi, il film guarda con attenzione: Quinto potere di Sidney Lumet, altro autore fondamentale per capire Le idi. Nel seminale ed apocalittico pamphlet di Lumet traspare tutta l’inconsistenza di quel sogno americano poi prontamente riabilitato da Beatty nel Paradiso può attendere: al diavolo gli ideali, l’importante è fare ascolti. Se non li fai, sei fuori.

Il corrispettivo dell’audience di Lumet in Clooney è il trionfo elettorale di Mike Morris, governatore candidato alle primarie democratiche con posizioni abbastanza di sinistra (è per i matrimoni gay, per il ritiro delle truppe dalle guerra, per il servizio civile e per tante altre cose che ci renderebbero cittadini più civili) quanto ruffiane. La vittoria è il fine ultimo, lo scopo, il desiderio.

Ma ogni desiderio ha bisogno di un demiurgo, che in questo caso si chiama comitato elettorale e, meglio ancora, addetto stampa. Per gli addetti stampa, perdere vuol dire anche perdere il lavoro ed ognuno, quindi, fa di tutto per tenerselo stretto, giocando ogni carta possibile per vincere. Al centro della scena c’è un trentenne rampante, Steven, vice dell’esperto Paul e rivale di Tom, addetto del rivale di Morris: quanto Tom è cinico e spietato (ma è costretto ad essere così per sopravvivere in quel mondo), Paul, che non è comunque un pezzo di pane, ha come unica stella polare quella della lealtà, che viene prima di qualunque altra strategia.

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Le sorti dei candidati sono nelle loro mani, e Steven lo sa. Ma Steven, a differenza di Paul e Tom, che appartengono ad una generazione che è diventata grande sotto Reagan e Bush Senior, abbagliata da Clinton e sconfortata da Bush Junior, è ancora un puro: lui crede davvero a Morris, è completamente ammagliato dalla sua capacità di coinvolgimento e di voglia rinnovatrice e non si farebbe nessuna domanda prima di mettere la crocetta su Morris sulla scheda elettorale. Le cose cambiano quando gli occhi troppo giovani di Steven si aprono sullo squallore di un mondo senza dignità e privo di etica e in cui se si vuole sopravvivere, come Tom in un modo (l’indifferenza) e Paul in un altro (la fiducia), bisogna scendere a compromessi e perdere l’innocenza.

Se da una parte Le idi di Marzo è la cronaca della distruzione di un’idea per mano dell’idea stessa, dall’altra è il racconto di formazione di un illuso che si scontra con la disillusione di un universo irrimediabilmente privo di illusioni. Non si salva nessuno perché nessuno vuole salvarsi e perché nessuno sa salvarsi in quanto troppo dentro quel meccanismo: non si salvano Tom e Paul; non si salva Morris, a cui tutto è perdonabile fuorché una cosa (che regolarmente commette); non si salva la giornalista Ida (nomen omen), totalmente ignara di cosa voglia dire la parola “amicizia” e drogata di scoop; non si salva il senatore Thompson, che si vende al candidato che gli offre la poltrona più ambita (il personaggio più italiano della storia); e non si salva Molly (ma qui è meglio non svelare nulla).

Da commentatori più autorevoli di me è stato letto come il film della delusione più che della disillusione. Questa lettura è suggestionata principalmente dalla personalità dell’autore, obamiano della prima ora e non nascostamente critico verso la discutibile amministrazione del primo presidente nero. Dietro Morris non c’è Obama, perché Clooney non ci mette cattiveria nel rappresentare questo politico non corrotto ma succube della corruzione manifesta del sistema politico americano e archetipicamente simbolo del più consumato luogo comune che vuole il politico con giovane amante.

Le idi funziona come monito di avvertimento ad un Paese che ha creduto ciecamente a promesse tuttora, per vie traverse, non mantenute (il loro portabandiera per almeno tre quarti di film è Steven, in cui si identifica anche Clooney) e pericolosamente pronto a voltare le spalle nelle maniere più disparate, non sempre moralmente lecite ma non per questo difficilmente ingiustificabili da un punto di vista viscerale. È difficile, infatti, non stare dalla parte di Steven anche quando utilizza le armi della guerra che aveva ripudiato fino ad un minuto prima: Steven è allo stesso tempo buona e cattiva coscienza di una Nazione risvegliata dal remake di un sogno impossibile.

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Non è un caso che sia lo stesso Clooney a dare il volto a Mike Morris (la cui campagna elettorale è una perfetta riproduzione del Yes We Can di Obama con lo slogan I Like Mike e ha gli echi lontani de Il candidato con Redford): ci mette la faccia, ammette di essere dalla parte del Presidente, ma non si fa scrupolo a mettergli le pulci nell’orecchio. Una cosa che in tanti anni non ancora si capisce bene è per quale motivo il cinema americano debba continuare ad essere la coscienza morale del Partito Democratico, che a differenza del Partito Repubblicano è formato solo da persone meno dure, meno stronze e meno disciplinate (come ben dice un personaggio), come se la forza di quel partito sia subordinata alla capacità del cinema di supportarlo anche nei momenti meno brillanti.

Stando così le cose, Le idi di Marzo ha il compito prima etico che artistico di rimettere in riga un partito che non ne esce mica tanto bene dalla storia, ma che comunque è l’unica alternativa credibile all’ottusità dei repubblicani. Tralasciando quindi il valore etico e sociale che il film ha in sé, c’è da dire innanzitutto che Le idi è un classico del genere costruito per essere un classico del genere. Non stento a credere che fra qualche anno sarà stimato ancora o forse di più di oggi, perché è il classico film che crescerà col tempo così da farci dire, fra due o tre decenni, “è un film profetico” (come Quinto potere o Il candidato o Tutti gli uomini del presidente, che a sua volta era già un film sul passato, sebbene recente).

Costruito con doviziosa cura, retto dal potere della parola (sceneggiatura impeccabile che Clooney e Grant Heslow hanno tratto dall’opera teatrale Ferragut North di Beau Willimon), denso e corposo, serrato e impegnativo (soprattutto per chi non mastica politichese: molti in sala non si raccapezzavano in definizioni come il Supermartedì – il giorno in cui si vota – e in concetti come quello che vorrebbe il vincitore delle primarie nell’Ohio futuro presidente), è uno di quei film di cui non si può parlar male per chiari meriti, ma di cui in realtà andrebbero messi in evidenza alcuni difetti di forma (uno per tutti: qua e là confusionario dove vorrebbe essere ambiguo) che comunque non intaccano granché il prodotto finale.

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La cosa più grave è forse la sua mancanza di un reale pugno nello stomaco: alla fine la sensazione è di aver visto un film, certamente buono, di cui però sapevi già tutto, nonostante il finale sospeso. In ogni caso, grande prova del cast, sia da parte di coloro che hanno due o tre scene ma le svolgono bene (più la gagliarda Marisa Tomei che l’opportunista Jeffrey Wright, a dire il vero), sia dai comprimari di lusso (tra gli infallibili Paul Giamatti e Philip Seymour Hoffman è impossibile scegliere, ma forse il secondo è una piccola spanna più su; Ewan Rachel Wood è brava quanto è oscenamente bella), sia dai due protagonisti, con Clooney defilato che fa spazio alla superba interpretazione del miglior attore del momento. Quando Tom (cioè Giamatti) propone a Steven di passare dalla sua parte e ne decanta sincero il fascino e il talento, abbiamo la vaga impressione che stia parlando proprio di Ryan Gosling, che rende Steven un personaggio da antologia.

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