La freccia azzurra | Enzo D’Alò (1996)

Nella vitale ma poco fortunata filmografia animata italiana, La freccia azzurra ha sicuramente rappresentato un momento molto importante per aver saputo proporre un’idea autoctona di cinema d’animazione raccogliendo un discreto successo, non solo di stima. Ispirato liberamente al romanzo per l’infanzia scritto da Gianni Rodari (un uomo al quale ogni bambino deve qualcosa, a cui andrebbe eretto un monumento grosso quanto una casa), è la storia di una fuga, quella di un pregiato trenino che scappa dal negozio che la befana malata ha affidato al malvagio Scarafoni (personaggio non presente nel libro).

A bordo del convoglio si affacciano tutti quei giocattoli che desiderano essere la gioia di un bambino, non una cianfrusaglia come un’altra da tenere in un angolino della stanza: ed ecco allora il saggio capo indiano, il marinaio brontolone, il fiero generale, il cane di pezza che vorrebbe essere un animale vero (bellissima la scena della pipì, segno della acquistata vitalità), le due bambole, il mago pentito, i pastelli colorati, l’orsacchiotto, la paperella…

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Pur non disponendo dei mezzi per reggere il confronto “tecnico” con i colossi di casa Disney, è un ode al giocattolo e all’artigianato, una favola istruttiva non priva di un suo fascino estetico che sta proprio nella semplice essenzialità del disegno, nelle statiche eppure vive tinte cromatiche, senza la pretesa del realismo né del sensazionalismo.

Vuole intrattenere il suo pubblico non rinunciando a personaggi bizzarri – ricordiamoci che non è affatto un film comico, quanto un fantasy abbastanza agrodolce – e a situazioni buffe (grazie a caratteristi come Mezzabarba e il capo indiano), trasmettendo un messaggio intelligente e originale. Alternando attimi struggenti ad altri più allegri, le musiche di Paolo Conte sono memorabili. Scarafoni è doppiato da Dario Fo, fresco di Nobel, la befana da Lella Costa.

LA FRECCIA AZZURRA (Italia, 1996) di Enzo D’Alò. Animazione avventura. *** ½

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