L’industriale | Recensione

L’INDUSTRIALE (Italia, 2011) di Giuliano Montaldo, con Pierfrancesco Favino, Carolina Crescentini, Francesco Scianna, Eduard Gabia, Elisabetta Piccolomini, Elena Di Cioccio, Andrea Tidona, Roberto Alpi, Mauro Pirovano. Drammatico. ** ½

Dobbiamo preoccuparci se l’unico vero film italiano (di finzione) degli ultimi anni sulla crisi economica ci arriva da un sereno ottantenne che, tutto sommato, non avrebbe alcun motivo di andarsi ad impelagare con un tema così pesante?

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Probabilmente sì, ma magno gaudio se uno degli ultimi padri nobili del nostro cinema civile (Rosi non vuole più girare, Maselli ha troppi rancori, gli altri son morti) decide di sporcarsi le mani con una storia tutt’altro che conciliante, tutt’altro che scontata, tutt’altro che carina (come è troppo cinema italiano contemporaneo, anche quando è corretto e non banale).

Fermo restando quindi che un film del genere porta con sé un bagaglio di aspettative importanti (più per l’analisi del nostro tempo malato, cosa che i nostri registi troppo impegnati nella speculazione della commedia non vogliono fare con l’alibi della gente che vuole ridere e non pensare ai propri problemi) e considerando anche che Giuliano Montaldo non è l’ultimo arrivato e ha più volte manifestato nel corso della sua prestigiosa carriera le proprie idee senza se e senza ma, non ci si può esimere dall’evidenziare i lampanti scompensi di un film più giusto che bello, più necessario che riuscito.

L’industriale del titolo è Nicola Ranieri, alle prese con un mondo che sembra avergli voltato le spalle: l’azienda di famiglia ha un piede nella fossa, gli operai sono sul piede di guerra, le banche non l’aiutano, l’avvocato è recalcitrante nel sostenerlo, l’avida suocera lo disprezza cordialmente e la moglie non riesce a connettersi alle onde del marito. Sullo sfondo, una Torino che più disperata non si può nella sua funerea cupezza (splendido lavoro di Arnaldo Catinari, che a volte sembra illuderci che stia fotografando in bianco e nero).

Si apre sulle parole di Andrea Tidona (di gran lunga uno dei nostri caratteristi più bravi e meno utilizzati) che a grandi linee riassume in maniera didascalica come si è arrivati sull’orlo del fallimento, facendo da viatico alla prima parte, la più ispirata, dedicata alla descrizione di un mondo (interiore, quello di Nicola) in disgregamento progressivo ed inarrestabile, con i tentativi sconclusionati di salvare la fabbrica (inattesa, tra l’altro, la partecipazione del recuperato Roberto Alpi come spietato banchiere: gli amanti delle soap, di cui L’industriale è il lato oscuro, non potranno fare a meno di riconoscere in lui Ettore Ferri di Centovetrine, non a caso ambientata in una molto più patinata Torino) e l’orgoglio divorante di non voler chiedere un sostegno economico alla moglie.

È, questa prima parte, scritta con un intento saggistico nonostante qualche stereotipo tuttavia funzionale, un buon esempio di cinema politico rigoroso e competente, obbligatoriamente disilluso, narrativamente essenziale.

Perde quota quando, nella seconda parte, il film diventa un glaciale mèlo della gelosia, proiezione dell’instabilità professionale dell’industriale, che filtra il privato che ha gli stessi problemi del pubblico: non proprio un tema nelle corde di Montaldo, che comunque ha un certo interesse nei confronti di queste scene di un matrimonio temporaneamente infelice (probabilmente c’è lo zampino di Vera Pescarolo, moglie del regista, autrice del soggetto ed aiuto regista).

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Si riprende nel finale, con due o tre colpi di scena che coronano l’irrisolta impossibilità della felicità ai tempi della crisi. Pessimista e cupissimo, tallonato dalle evocative musiche di Andrea Morricone, figlio di cotanto papà (e nelle suggestioni dilaganti si sente), abitato dalle dolenti e levigate interpretazioni di Pierfrancesco Favino e Carolina Crescentini, è un film irrisolto ma doveroso, da vedere anche per evitare l’ubriacatura da troppa commedia che sembra aver dimenticato di essere in Italia.

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