Albert Nobbs | Recensione

ALBERT NOBBS (G.B.-Irlanda, 2011) di Rodrigo Garcia, con Glenn Close, Mia Wasikowska, Aaron Johnson, Janet McTeer, Jonathan Rhys Meyers, Brendan Gleeson, Pauline Collins, Brenda Fricker. Drammatico. **

Al di là di ogni discussione sul valore effettivo del film, ciò che esalta un film esangue e dolorosissimo come Albert Nobbs è la sua anima, incarnata dal corpo sofferto e volontariamente represso dal(la) protagonista. Ma la cosa che colpisce ancor di più sono gli occhi di Albert Nobbs, uniche espressioni di una vita soffocata raffigurate in un volto diafano e spigoloso che non lasciano alcuna possibilità ai muscoli di aver anch’essi un qualche ruolo fondamentali.

Gli occhi, solo gli occhi, permettono di entrare nelle pieghe delle rughe, segni di un tempo negato all’amore. È un personaggio ai limiti della sopportazione naturale, una maschera immobile e turbata a disagio con la realtà e tendente ad abitare un mondo di marionette.

Non è un caso che proponga alla sua potenziale moglie una vita pianificata da lei/lui medesima/o e non è un caso che disponga l’improvviso quanto estremo momento dell’esistenza con inquietante calcolo.

Dopo un trentennio di tentativi, Glenn Close è riuscita a portare sullo schermo questa storia irrimediabilmente triste e disperatamente composta, impegnandosi anche nella produzione e nella sceneggiatura: la sua superba interpretazione, che gioca di sottrazione e di evanescenza, è probabilmente l’unico motivo reale (assieme alla clamorosa performance di Janet McTeer, anche lei nei panni di un uomo) per vedere questo film diligente ed imperfetto, che non riesce ad essere commovente fino in fondo (e come dovrebbe essere: una storia del genere dovrebbe avere la pretesa di commuovere lo spettatore) ma di cui non si può negare una certa atmosfera malinconicamente efficace e al contempo una regia discretamente mediocre del figlio di Gabriel Garcia Marquez.

E così via: c’è una cura ambientale apprezzabile (visceralmente irlandese, con il picco raggiunto alla capatina al mare) ma c’è pure una sceneggiatura da mani nei capelli (per quanto di matrice essenzialmente teatrale, dato che l’opera nasce sulle tavole del palcoscenico), c’è un gruppo di comprimari all’altezza della situazione (una squallida Pauline Collins e una professionale Brenda Fricker, più un gigionissimo Brendan Gleeson e un cameo di Jonathan Rhys-Meyers che vorremmo vedere più spesso) così come un eccesso di accademismo che non sempre permettono un coinvolgimento adeguato e limitano un film già di per sé limitato nella sua freddezza. Restano un’idea di base straziante, due interpretazioni da Oscar e la vaga sensazione che sia mancato qualcosa. Cosa? Il ritmo.

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