Paradiso amaro | Recensione

PARADISO AMARO (THE DESCENDANTS, U.S.A., 2011) di Alexander Payne, con George Clooney, Shailene Woodley, Robert Forster, Judy Greer, Matthew Lillard, Nick Crause, Beau Bridges. Drammatico. ***

Si parte con una disanima sulle Hawaii, descritta come la terra che è per davvero, lontana dal cliché dell’arcipelago in cui gli abitanti bevono cocktail in spiaggia, in cui i problemi sono gli stessi del mondo “normale”. La contraddizione viene offerta da tutto il film, in cui fondamentalmente nessuno ha nulla da fare se non amministrare le proprie finanze o organizzare party goderecci o trasmigrare da un’isola all’altra per un campeggio.

Al centro della storia ci sono dei personaggi borghesi, più in particolare una famiglia ricca: è un meccanismo tipico dei romanzi d’amore e delle soap opere, perché così facendo si pone lo spettatore in una posizione da una parte più conciliante (non deve preoccuparsi del destino economico o professionale dei personaggi) e dall’altra più sadica (anche i ricchi piangono, insomma).  In questo caso abbiamo un clan di cugini, i King, che devono vendere un’immensità di terreni vergini (gli ultimi rimasti nelle isole) ereditati da mitici antenati (una indigena e il figlio di un missionario).

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Ma in realtà la vera base narrativa del quinto film (e mezzo) dell’ottimo Alexander Payne è l’imminente morte di Elizabeth, moglie di un avvocato e madre di due figlie, finita in coma irreversibile dopo un incidente in mare: è la storia della preparazione all’elaborazione del lutto più atroce, l’apprendistato al dolore perfetto di una famiglia che potrebbe diventare ancor più ricca di quel che è già e si ritrova ineluttabilmente povera del perno del nucleo familiare (morale: a che servono questi quattrini, che tra l’altro il papà accumula senza spendere?). Sullo sfondo, questo paradiso amaro raramente illuminato dalla luce del sole, circondato da un mare placidamente cupo, in cui cercare una via d’uscita.

Tratto da un romanzo di Kaui Hart Hemmings, è l’ultimo filmone strappalacrime possibile nell’epoca delle lacrimi facili alla Nicholas Spark, sinceramente commovente ma anche spudoratamente commosso (i protagonisti piangono da matti), riesce nella rischiosissima opera di costruire un film di due ore fondato essenzialmente su un solo avvenimento (il coma) da cui scaturiscono pochi altri temi satelliti (la vendita dei terreni, il tradimento), attraversato da uno degli argomenti più gravosi possibili (il dolore, senza se e senza ma) senza abbandonare un tono da delicatissima commedia dolceamara tipico dell’autore (premiato con un Oscar alla sceneggiatura che ha quasi il sapore di un contentino).

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È un film di sensazioni, di sentimenti, di cose non dette, minimalista nonostante le strepitose camice colorate dell’eccellente George Clooney, così fine e fragile da risultare perfino inedito, non scontato nello spericolato ritratto delle figlie (l’adolescenza ribelle ed inquieta ma da cui non si vuole evacuare incarnata da una meravigliosa Shailene Woodley e l’infanzia che si prepara al passaggio all’adolescenza impersonata dalla sorprendente Amara Miller), struggente nel repertorio musicale.

Ha dei difetti ben evidenti nella poca riuscita del personaggio di Sid (poco calibrato o almeno non del tutto compiuto), in qualche vuoto di sceneggiatura (specie nella seconda parte) e in qualche minuto di troppo (una dilatazione che sa quasi di peccato veniale hollywoodiano), ma è apertamente dolente, francamente coinvolgente, il Gente comune degli anni duemila.

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