Magnifica presenza | Recensione

MAGNIFICA PRESENZA (Italia, 2012) di Ferzan Ozpetek, con Elio Germano, Margherita Buy, Giuseppe Fiorello, Vittoria Puccini, Andrea Bosca, Paola Minaccioni, Anna Proclemer, Cem Yilmaz, Alessandro Roja, Claudia Potenza, Ambrogio Maestri, Gea Martire, Giorgio Marchesi, Bianca Nappi, Monica Nappo, Massimiliano Gallo, Mauro Coruzzi. Commedia drammatica. ** ½

Magnifica presenza si ricollega idealmente ad una manciata di immagini. Innanzitutto alla Magnifica ossessione di Douglas Sirk, maestro del mèlo più eccessivo e divampante. Poi alle presenze intese come ospiti inattesi nelle nostre vite. E alla “bella presenza”, espressione desueta che campeggiava in molti annunci di lavori d’altri tempi. Partiamo da queste tre immagini.

Uno: Ferzan Ozpetek è tra i pochi cineasti italiani (per quanto turco, e quindi con un respiro a suo modo più internazionale e meno provinciale) a continuare a credere nel mèlo come genere puro e sacro (un po’ come il western) e la sua filmografia fino ad ora (nove opere compreso quest’ultimo film) parla da sola.

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Due: il film di fantasmi è qualcosa che in Italia non abbiamo mai saputo fare (o non c’ha mai interessato, più probabilmente) al di fuori di un paio di esempi (lo splendido Fantasmi a Roma di Antonio Pietrangeli e il dolente Fantasma d’amore di Dino Risi), forse perché i nostri fantasmi li abbiamo sempre rappresentati come persone reali, come presenze del passato. L’obiettivo di costruire un film su delle presenze irrequiete con alcune faccende in sospeso (spesso, come in questo caso, i fantasmi in celluloide sono intrappolati ancora in una realtà a cui non appartengono più perché devono ancora risolvere qualche conto con qualcuno) è sicuramente ambizioso ma anche lodevole.

Tre: la “bella presenza”, più che altro richiesta alle donne in lavori artistici ma non solo, simboleggia la nostalgia per un passato irrecuperabile perché imprigionato negli oggetti accatastati nelle stanze chiuse, nelle figurine raffiguranti personaggi dimenticati dal Paese reale e a volte anche dalla storia ufficiale, nei volti segnate dall’insostenibile pesantezza del tempo. Arrivati a questo punto, dovrebbe essere chiaro che stavolta Ozpetek ha deciso di volare decisamente alto, sopra le sue terrazze variopinte ed oltre gli alternativi gruppi di famiglia in un interno.

Magnifica presenza è un film ambizioso perché affronta temi pericolosi se non spericolati (il ridicolo può essere dietro l’angolo), non soltanto per il nucleo principale riguardante la compagnia di attori rinchiusa nella casa affittata ad un aspirante giovane attore, ma anche per tutto ciò che ruota attorno, che si insinua dentro la storia: una miriade di riferimenti, rimandi, allusioni, sottotrame, ispirazioni. Ed ecco la grande debolezza: c’è troppa carne al fuoco.

Per almeno metà della storia, il film sembra quasi girare a vuoto, accumulando tanta roba che permettono allo spettatore di entrare nel contesto. Partendo dal presupposto che è un vezzo cinefilo poco interessante quello di riconoscere le citazioni, non ci si può esimere dal riconoscere immediatamente un riferimento cinematografico che si esalta in particolare in tre elementi: le due bariste eccessive che ascoltano Non succederà più di Claudia Mori, il travestito malmenato che cita Blanche Dubois di Un tram che si chiama Desiderio  che si rivelerà gioielliere e il manipolo di sarte trans capitanato dall’inquietante Badessa (a sua volta citazione del Kurtz di Apocalypse Now: apparizione di Mauro Coruzzi, alias Platinette, che ha certamente il physique du role). Il nume tutelare è ovviamente Pedro Almodovar a cui, mai come questa volta, Ozpetek pare riferirsi senza farsi troppi problemi, affrontando anche quella tematica del teatro già presente in Tutto su mia madre, che a sua volta aveva come motore interno proprio Un tram che si chiama Desiderio.

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E qui siamo sulla superficie, che si esalta in un gusto camp ben ravvisabile nelle situazioni finanche risapute: la casa vecchia e piena di oggetti antichi, i vestiti e il trucco della compagnia d’attori fantasmi che riecheggiano le dive del passato (spesso e volentieri icone gay: Jean Harlow, Marlene Dietrich, Greta Garbo), le tinte leopardate, il cibo e via dicendo.

Infine il protagonista omosessuale come tradizione ozpetekiana: come si era già notato in Mine vaganti (a tutt’oggi il capolavoro del regista turco), gli omosessuali di Ozpetek hanno elaborato una specie di trauma intimo e si sono orientati verso la commedia, per quanto atipica (che d’altronde pure è Magnifica presenza), quasi a volersi riconciliare con sé e con la realtà circostante.

A dire il vero è anche ininfluente sapere se Pietro Ponte, il protagonista, sia omosessuale o meno, perché lo spaesamento del personaggio va al di là dell’identità sessuale. È comunque un elemento immancabile nel cinema di Ozpetek, una sorta di carta d’identità o di necessità autoriale. E fin qui la superficie, appunto, confezionata benissimo dalla calda fotografia di Maurizio Calvesi che accarezza l’immagine con elegante nervosismo. E poi?

E poi Ozpetek (che come regista osa tre o quattro volte passaggi nervosamente ritmati ed inquietanti con un occhio sbarrato sulla platea del teatro) si addentra in territori stavolta più pericolosi che spericolati: gli attori-fantasmi recitavano durante la guerra ed erano stati nascosti in una piccola stanza nascosta nella casa in cui Pietro va ad abitare (il nascondiglio era già al centro di uno dei più bei film sul rapporto tra teatro e vita, cioè L’ultimo metrò di François Truffaut).

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In più avevano contatti con la Resistenza, proteggevano forse qualcuno. E furono traditi da un delatore: è questa, forse, la faccenda in sospeso che impedisce ai fantasmi la pace eterna, legandoli coattamente ad un presente che non conoscono perché imprigionati nel passato. Un periodo storico, quello della seconda guerra mondiale, già affrontato ne La finestra di fronte con il toccante personaggio di Massimo Girotti, l’ebreo che non riuscì a salvare il proprio amore dall’orrore.

Tutti questi nodi si sciolgono nella seconda parte, decisamente più drammatica e meno buffonesca, ma anche irrimediabilmente confusa e fin troppo ellittica. D’accordo evitare il didascalismo, ma forse un po’ più di ordine e una maggiore asciuttezza non sarebbero stati male, anche perché tra tante piste annunciate non sempre si riesce a seguire.

Qualche esempio: il vicino di casa un po’ angelo custode e un po’ aspirante innamorato (Alessandro Roja), le due bariste inizialmente presentissime e poi lasciate perdere (Monica Nappo e Bianca Nappi), i provini (cammeo di Daniele Luchetti), lo scrittore della compagnia (che ha lo stesso cognome di Girotti nella Finestra: Veroli, quindi probabilmente ebreo, quindi probabile protetto) che seduce Pietro (un Andrea Bosca tenerissimo). Resta un film affascinante e mancato, ricco e fragile, raffinato e freddo, altalenante (buona parte della seconda parte è ineccepibile) ma tutto sommato apprezzabile perché diverso dall’andazzo generale del cinema nostrano.

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E il regista (anche sceneggiatore con Federica Pontremoli) si conferma ottimo direttore di interpreti (che fanno a gara a star con lui, anche solo per un cammeo) nonostante Magnifica presenza non sia il suo miglior film: attorno ad un Elio Germano più calmo e diverso dal solito, spiccano una generosa Margherita Buy nell’insolita veste di non protagonista, Paola Minaccioni tenuta a briglia corta, il piccolo, adorabile e grassottello Matteo Savini, i caratteristi Gianluca Gori e Gea Martire.

Ma soprattutto si erge maestosa Anna Proclemer, gloria teatrale e monumento alla recitazione, che interpreta Livia Morosini, l’attrice finita nel dimenticatoio legata alla compagnia dei fantasmi: influenzato dalla notizia del suicidio di Dorian Gray, l’indimenticabile malafemmina, Ozpetek ha conferito a Livia Morosini rancorosa cattiveria e nostalgica amarezza che la Proclemer rielabora con estrema, impressionante bravura, evidente anche solo nei movimenti delle pupille degli occhi. Il risultato è, questo sì, magnifico, e se la seconda parte è meglio della prima è soprattutto grazie a lei.

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